Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

martedì 31 dicembre 2013

In mezzo al malessere mondiale c'è posto per la gioia


                                      di Leonardo Boff

In mezzo a un innegabile malessere mondiale, quest'anno ha fatto irruzione a sorpresa una figura che ci ha regalato speranza, allegria e piacere della bellezza: Papa Francesco.

Il suo primo scritto ufficiale porta il titolo di Esortazione pontificia Allegria del Vangelo, richiama l'allegria, le categorie dell'incontro, la vicinanza, la misericordia, la centralità dei poveri, la bellezza, la "rivoluzione della tenerezza" e la "mistica del vivere insieme".

Tale messaggio fa da contrappunto alla delusione e al fallimento delle promesse di un progetto di modernità che avrebbe portato benessere e felicità per tutti. In verità sta mettendo a rischio il futuro della specie a causa dell'assalto devastante che continua a fare a danno di beni e servizi scarsi della Madre Terra. Dice bene Papa Francesco: "La società tecnica ha moltiplicato le possibilità di piacere ma ha gran difficoltà a generare allegria" (Es.,n.7). Il piacere è cosa dei sensi. La gioia è cosa del cuore. E il nostro modo di essere è senza cuore.

lunedì 23 dicembre 2013

Il materialismo di Babbo Natale e la spiritualità di Gesù Bambino





                                         di Leonardo Boff

Un bel giorno, il Figlio di Dio volle sapere come andavano i bambini e le bambine, che una volta, quando era tra noi, "toccava e benediceva", e aveva detto: "Lasciate che i bambini vengano a me, perché di loro è il Regno di Dio "(Lc 18, 15-16).

Come negli antichi miti, salì su un raggio del cielo e arrivò sulla Terra qualche settimana prima di Natale. Prese la forma di uno spazzino che puliva le strade. Così poteva vedere meglio i passanti, i negozi tutti illuminati e pieni di cose avvolte a mo di regalo e soprattutto le sue sorelle e i suoi fratelli più piccoli che passavano lì, mal vestiti e molti di loro affamati, chiedendo le elemosine. Si rattristò moltissimo perché si rese conto che quasi nessuno dava ascolto alle parole che lui aveva detto: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, è me che accoglie" (Marco 09:37).

venerdì 20 dicembre 2013

Gli aerei senza pilota, la violazione più codarda dei diritti umani

     
                           


                                        di Leonardo Boff


Viviamo in un mondo in cui i diritti umani sono violati, praticamente a tutti i livelli, famigliare, locale, nazionale e planetario. Il documento annuale di Amnesty International, del 2013, che si riferisce al 2012 e riguarda 159 paesi, fa esattamente questa dolorosa costatazione. Invece di progredire nel rispetto della dignità umana e nei diritti delle persone, dei popoli e degli ecosistemi, stiamo regredendo al livello della barbarie. Le violazioni non conoscono frontiere e le forme di questa aggressione sono ogni volta più sofisticate.

La forma più codarda è l'azione dei droni, aerei senza pilota che, da una base del Texas, condotti da un giovane militare, davanti ad uno schermo di un computer, come se stesse giocando, puntano ad identificare un gruppo di afghani che stanno celebrando un matrimonio in cui presumibilmente deve essere presente qualche guerrigliero di Al Quaeda. Basta questa supposizione per, con un piccolo click, lanciare una bomba che stermina tutto il gruppo con molte madri e bambini innocenti.

lunedì 16 dicembre 2013

L'urlo verso il rottamatore


                                                 di Diego Fusaro


Si è già molto discusso del trionfo di Matteo Renzi alle “primarie” del Partito Democratico. Se ne è discusso, ovviamente, sempre all’interno del coro fintamente polifonico del pensiero unico politicamente addomesticato: che del “rottamatore” Renzi ha fatto, per lo più, il grande elogio o, più raramente, la critica in nome di altri candidati che avrebbero potuto avere la meglio.

Al di là della chiacchiera irrilevante e politicamente corretta, sempre pronta a intonare le usuali serenate per lo status quo permeato dal dilagante fanatismo dell’economia, sono altre le considerazioni che occorre svolgere, senza troppe perifrasi e violando consapevolmente il tabù del politically correct. Ed è quello che proverò telegraficamente a fare qui di seguito.

“Non cambiamo campo, ma solo i giocatori”, ha affermato, col suo usuale inopportuno lessico postmoderno Renzi: non è tanto una excusatio non petita, quanto piuttosto (una volta tanto!) una tragica verità. Infatti – per chi non se ne fosse accorto – la cosiddetta sinistra il campo l’ha già cambiato parecchi anni or sono: ed è dunque del tutto naturale che sul campo in cui sta attualmente giocando – quello del neoliberismo selvaggio legittimato dalla cultura ultracapitalista della sinistra stessa, passata armi e bagagli dalla questione sociale al giustizialismo, da Carlo Marx alla signora Dandini –  si limiti a cambiare di tanto in tanto i giocatori. Da Bersani a Renzi, da D’Alema a Prodi: tutte “maschere di carattere”, avrebbe detto Marx, che hanno segnato, ciascuna a modo loro, il trionfo del capitale presso il polo sinistro che tradizionalmente lo combatteva. Appunto, si è trattato di sostituzioni di giocatori – sempre con il lessico calcistico pop di Renzi –, senza che il campo cambiasse mai veramente.
Se Bersani univa, in modo quasi schizofrenico, un linguaggio da cooperativa anni Settanta con la supina accettazione delle leggi del mercato presentate come destino insindacabile, in Renzi non vi è nemmeno più la maschera ideologica: il capitale parla apertamente, senza giri di parole, facendo esplicitamente mostra di sé nel patetico linguaggio neoliberista del “rottamatore”. Di diritti sociali, tutela per gli esclusi, difesa del lavoro non v’è nemmeno più traccia verbale nei vuoti discorsi di Renzi (si potrebbe con diritto parlare, in termini hegeliani, di “vuota profondità”). È il discorso del capitalista che ormai apertamente si esibisce anche a sinistra, rivelando l’ormai avvenuta colonizzazione dell’immaginario da parte del capitale.

domenica 15 dicembre 2013

Dov'è la vittoria?

 
                       

                       Intervista de "Il Fatto" a Diego Fusaro

Diego Fusaro, ricercatore in Storia della Filosofia presso l’Università San Raffaele, è uno studioso di Marx, di Hegel e della tradizione dell’idealismo italiano. Oltre ad aver creato a 16 anni il sito Filosofico.net, il più cliccato per il settore, ha scritto libri importanti come “Bentornato Marx”, “Minima Mercatalia”, “Essere senza tempo”, “Idealismo e prassi. Fichte, Marx e Gentile” ed è segretario delle due collane di filosofia Bompiani “Testi a fronte” e “Il pensiero Occidentale” dirette da Giovanni Reale.

L’Italia e la crisi. C’è un aspetto tipicamente italiano nell’affrontare una crisi economica che fa impallidire quella del ’29?

La crisi che stiamo vivendo non è, ovviamente, solo italiana. Personalmente, ritengo che l’aspetto più drammatico dell’odierna crisi globale stia nel fatto – del tutto coerente con le logiche di sviluppo del capitalismo post-1989 – che essa non venga percepita e affrontata come un prodotto storico e sociale, ma come un fenomeno naturale inemendabile, come un terremoto che non abbiamo prodotto e da cui non possiamo salvarci. Ciò vale a maggior ragione in Italia, dove la crisi è vissuta come l’analogon della peste dei Promessi sposi: lungi dall’essere considerata l’esito delle politiche neoliberali, la crisi è presentata dall’ordine del discorso dominante come una realtà minacciosa e indipendente dall’agire umano, un flagello naturale da cui – in attesa che cessi così come è iniziato – è possibile salvarsi unicamente in forma individuale, in coerenza con l’odierno individualismo trionfante.

Gramsci parlava di “cretinismo economico”. È questa una delle malattie italiane? La finanza che detta le leggi alla politica?

È una malattia, certo, ma non solo italiana. È la patologia tipica dell’era della tecnica capitalistica e della sua “immagine del mondo”, incentrata – come sapeva Heidegger – sulla riduzione dell’essente a pura quantità calcolabile, misurabile e illimitatamente sfruttabile. Gramsci come Gentile – i due più grandi filosofi italiani del ‘900 – ci insegnano che la realtà non coincide con una fredda somma di dati oggettivi che chiedono di essere asetticamente registrati dal pensiero calcolante, cifra dell’odierno “cretinismo economico”. Al contrario, è la risultante di una costruzione e di una mediazione simbolica operata dalla coscienza umana che si determina storicamente: è l’esito di un fare soggettivo che può sempre da capo essere trasformato, con buona pace della mistica della necessità oggi dominante sotto il cielo. La finanza come espressione del monoteismo del mercato e del fanatismo dell’economia segna il trionfo di quest’oblio dell’uomo e della cultura, ma poi anche del senso della possibile trasformazione socio-politica dell’esistente.

venerdì 13 dicembre 2013

Cura del corpo o culto del corpo?

   


                            
                                       di Leonardo Boff

È un arricchimento conoscere l'esistenza umana a partire dalla teoria della complessità. Siamo esseri complessi, cioè siamo la confluenza di innumerevoli fattori, materiali, biologici, energetici, spirituali, terreni e cosmici. Possediamo una esteriorità con cui ci manifestiamo gli uni agli e apparteniamo all'universo dei corpi. Abbiamo una interiorità abitata da possenti energie positive e negative che formano la nostra individualità psichica. Siamo portatori della dimensione del profondo, fanno la ronda le questioni più significative del senso del nostro passaggio in questo mondo. Queste dimensioni convivono e interagiscono permanentemente e l'una influenza l'altra e plasmano quello che noi chiamiamo l'essere umano.
Tutto in noi richiede cura, sennò perdiamo l'equilibrio delle forze che ci costruiscono e ci disumanizziamo. Mentre abbordiamo il tema della cura del corpo è necessario, prima di tutto, opporsi coscientemente ai dualismi che la cultura continua a mantenere: da una parte il "corpo", svincolato dallo spirito e dall'altra lo "spirito" spogliato del suo corpo. E così perdiamo l'unità della vita umana.
La propaganda commerciale sfrutta questa dualità, presentando il corpo non come la totalità esteriore dell'umano, ma la sua parcellizzazione, i suoi muscoli, le sue mani, i suoi piedi, i suoi occhi, insomma, le sue parti. Principali vittime di questa pubblicità sono le donne dato che il maschilismo secolare si è rifugiato nel mondo mediatico del marketing esponendo parti della donna, il suo seno, i suoi capelli, la sua bocca, il suo sesso e altre parti e così continua a fare della donna, un "oggetto di consumo" di uomini maschilisti. Dobbiamo opporci fermamente a questa deformazione culturale.

giovedì 12 dicembre 2013

La tirannia del politically correct



                                                    di Diego Fusaro

Se oggi i dissidenti non vengono più puniti e perseguitati tramite la solenne estetica dei supplizi – dalla crocifissione di Cristo al rogo di Giordano Bruno e di Giulio Cesare Vanini –, ciò non dipende dalla presunta natura democratica del potere, come l’ormai logora ideologia continua stancamente a ripetere. Se oggi i dissidenti non vengono perseguitati è, semplicemente, perché non ve ne sono più.

Come ricordava Bourdieu, i cosiddetti intellettuali sono attualmente la parte dominata della classe dominante: dovendo vendere il loro capitale culturale ai dominanti, non possono che confezionarlo in forme sempre organiche ai dominanti stessi. E perché il capitale culturale degli intellettuali sia acquistabile dai dominanti, esso deve sempre riconfermare l’ordine delle cose, assecondando lo spirito del tempo e i suoi rapporti di forza. Deve, in altri termini, strutturarsi nella forma di un ordine del discorso che già sempre metabolizzi il potere e i suoi dettati.

L’insieme più o meno coerentizzato concettualmente dei messaggi che assecondano e confermano lo spirito del tempo e ai quali gli intellettuali devono aderire per poter continuare a vendere il loro “capitale culturale” ai dominanti si chiama politically correct. Si può dire tutto, magari anche criticando con rigore il potere, a patto che si assimili capillarmente l’ordine del politically correct, senza mai varcarne i confini.

domenica 8 dicembre 2013

Significato di Mandela per il futuro dell'umanità




                                      di Leonardo Boff

Nelson Mandela, con la sua morte si è tuffato nell'incoscio collettivo dell'umanità per non uscirne mai più, perché si è trasformato in un archetipo universale, di colui che non ha ottenuto giustizia, ma che non conserva rancore, che ha saputo perdonare, riconciliare i poli antagonisti e trasmetterci una incrollabile speranza che per l'essere umano si può ancora fare qualcosa.
Dopo aver passato 27 anni in prigione, eletto presidente del Sudafrica nel 1994, si propose e realizzò la grande sfida di trasformare una società strutturata secondo la suprema ingiustizia dell'apartheid che disumanizzava le grandi maggioranze nere del paese condannandole a essere non-persone, in una società unica, unita, senza discriminazioni, democratica e libera. E ci è riuscito perché aveva scelto il cammino della virtù, del perdono e della riconciliazione.
Perdonare non è dimenticare. Le piaghe restano lì, molte ancora aperte.

martedì 26 novembre 2013

L'importanza della spiritualità per la salute



                                              di  Leonardo Boff


Normalmente gli operatori della sanità sono modellati sul paradigma scientifico della modernità che ha operato una separazione drastica tra corpo e mente, tra esseri umani e natura. Ha creato molte specialità che hanno apportato tanti benefici per stabilire la diagnosi delle malattie e anche per il tipo di cura da adottare. Riconosciuto questo merito, non si può dimenticare che è andata perduta la visione olistica: l'essere umano inserito nel tutto maggiore della società, della natura e delle energie cosmiche; la malattia come frattura in questa totalità; la cura come reintegro nella medesima. 

C'è un'istanza in noi che risponde alla coltivazione di questa totalità che ha cura dell'asse portante della nostra vita: è la dimensione dello spirito. Spiritualità viene da spirito.Spiritualità è coltivare ciò che è proprio dello spirito, cioè la sua capacità di progettare visioni unificatrici, di mettere in relazione tutto con tutto, di allacciare e ri-allacciare tutte le cose fra loro e con la Fonte Origine di ogni essere.

domenica 24 novembre 2013

Ciao, compagno Costanzo Preve






                                                        di Carlo Felici

Premetto che questo non vuole essere un necrologio, ma solo il ricordo di una persona a me cara che avevo sentito varie volte per telefono, in particolare, durante la sua malattia.
Costanzo, è bene specificarlo subito, era un compagno e come tale andrà ricordato, sia che si condividano le sue riflessioni filosofiche sia che non le si apprezzino.
Era stato tacciato da certa sinistra, teoricamente radicale ma concretamente molto satellitare, di rossobrunismo, una non ben chiara definizione di qualcosa o qualcuno che non sta né a destra e nemmeno a sinistra, pur stando da entrambe le parti, almeno nella fantasia sconfinatamente discriminatoria e demonizzante di certuni.

sabato 23 novembre 2013

Kennedy: il coraggio della vita nel trionfo e nella tragedia


                                   

                                           di Carlo Felici

Gli anni in cui visse e fu Presidente John F. Kennedy furono un periodo di straordinaria euforia, mista alla speranza, alla paura e alla consapevolezza che il mondo, da allora, non sarebbe stato più lo stesso. Può capirlo solo chi visse allora, anche colui che, come me, in quel periodo era tanto piccolo da non essere ancora arrivato alla consapevolezza, limitandosi alla gioia, alla speranza e al timore. Tanto che Kennedy, in quella mente infantile era come una sorta di “nume tutelare”, da pregare la sera assieme alla Madonnina...”Madonnina fammi buono, grande e bravo, Presidente Kennedy, mantieni la pace nel mondo”...come una sorta di mantra, che si fece più intenso durante i giorni della crisi dei missili a Cuba. Molti allora avevano anche la foto di Kennedy in casa o nel negozio, io me ne ricordo varie, nelle vie centrali di Roma e mi ricordo anche le riviste con il suo ritratto in copertina..
Ma Kennedy, con il crescere della consapevolezza che si fece prima adolescente e poi adulta, non si rivelò certo un “santo”, anzi, ad essa, si rivelò presto come un uomo con molte debolezze, un presidente che commise vari errori e un politico che non sempre seppe fare la scelta giusta, ciò nonostante la sua morte improvvisa e tragica lo ha cristallizzato ed eternizzato come il simbolo allo stesso tempo di una grande speranza, di una grande illusione e anche di una sconfinata delusione.

venerdì 22 novembre 2013

Il gigante buono e i nanerottoli grillini

     



                                       di Carlo Felici


Da ben oltre un secolo la storia del Socialismo italiano è indissolubilmente legata a quella del nostro Paese, considerando, in particolar modo, che essa è direttamente proporzionale alla crescita della nostra democrazia e civiltà, e inversamente proporzionale alla decrescita morale, civile, economica e sociale dell'Italia.
Esso sorse quando i lavoratori venivano massacrati anche a cannonate in piazza e crebbe per combattere non solo con gesti eclatanti ma isolati, come quello di Gaetano Bresci, l'ingiustizia e la tirannia di un regime affermatosi con la monarchia sabauda, negando le migliori istanze repubblicane e garibaldine del Risorgimento, ma per far avanzare con concrete riforme e con iniziative socialmente avanzate, i diritti dei lavoratori, la giustizia sociale e la libertà di pensare, parlare ed agire in Italia.
Fu una fruttuosa collaborazione in senso riformista che, nei primi del Novecento, consentì a Giolitti di realizzare quello straordinario avanzamento sociale ed economico che pose l'Italia, alla vigilia della prima guerra mondiale, nel novero delle più grandi potenze europee, anche se con deviazioni in senso imperialista e colonialista, per altro contestate dalle componenti massimaliste del Socialismo di allora.

sabato 16 novembre 2013

Teologia fatta da donne a partire dalla femminilità


Leonardo Boff
Teologo e filosofo




Papa Francesco ha detto che abbiamo bisogno di una teologia più profonda sulla donna e sulla sua missione nel mondo e nella Chiesa. È certo. Ma lui non può trascurare il fatto che oggi esiste una vasta letteratura teologica fatta da donne dal punto di vista delle donne, teologia della miglior qualità, cosa che ha arricchito enormemente la nostra esperienza di Dio. Io stesso mi sono impegnato intensamente sul tema, che culmina nei libri O rosto materno de Deus (1989) e Feminino e Masculino (2010) insieme con la femminista Rosemarie Muraro.
Tra tante del nostro tempo, ho deciso di rivisitare due grandi teologhe del passato, veramente innovatrici: Santa Hildegarda di Bingen (1098-1179) e Santa Guliana di Norvich (1342-1416).

Hildgarda viene considerata chissà come prima femminista dentro la chiesa. È stata una donna geniale e straordinaria per suo tempo e per tutti i tempi. Monaca benedettina, ha esercitato la funzione di maestra (abbadessa) del suo convento di Rupertsberg di Bingen sul Reno, profetessa (profetessa germanica), mistica, teologa, infuocata predicatrice, compositrice, poetessa, naturalista, medica non ufficiale e scrittrice. I suoi biografi e studiosi considerano un mistero il fatto che questa donna, nel mondo medievale maschilista e di limitati orizzonti, sia stata quello che è stata. In tutto ha rivelato eccellenza e creatività. Molte sono le sue opere, mistiche, poetiche, sulla scienza naturale e sulla musica. La più importante e letta fino ad oggi è "Sci vias Domini", "Impara le vie
del Signore"
 

mercoledì 13 novembre 2013

Alternativlos.


                                             di Diego Fusaro

Alternativlos, “senza alternative”: è questo il teorema di Angela Merkel, la “parola chiave” alla cui luce si può leggere la politica tedesca e, con essa, quella dominante nell’odierna Europa, il lager economico di cui siamo prigionieri. Tale teorema si pone come successore logico e cronologico del there is no alternative di Margaret Thatcher.

Tutte le scelte politiche vengono oggi compiute – non solo dalla Merkel, sia chiaro – sotto il segno della presunta inesistenza di alternative. In questo modo, le scelte soggettive, sempre in senso oscenamente neoliberale, in direzione della privatizzazione selvaggia e della liberalizzazione integrale, vengono presentate come necessitate, sistemiche, obbligate e inaggirabili: l’effetto, fin troppo noto, è sempre quello della deresponsabilizzazione degli attori sociali, le cui scelte soggettive sono, appunto, puntualmente rimandate alle sacre e indiscutibili leggi del sistema, alla situazione emergenziale indotta dalla crisi. Quest’ultima – per chi ancora non l’avesse capito – non è un fenomeno passeggero, ma è un preciso modo, avrebbe detto Foucault, di “governamentalizzare” le esistenze, piegandole alle decisioni neoliberali presentate subdolamente come necessità emergenziali dettate, appunto, dal tempo della crisi.

sabato 9 novembre 2013

Contro il reddito di cittadinanza.

     


                                        
                                            di Pietro Ancona


Una delle proposte fondamentali del M5Stelle è il reddito di cittadinanza, un sussidio di mantenimento da distribuire ai giovani italiani secondo modalità che dovrebbero essere stabilite.
 Questo sussidio, data la penuria di risorse, dovrebbe essere finanziato secondo la proposta attraverso risparmi che si farebbero sui dipendenti statali e sui pensionati attuali. Gli statali dovrebbero essere azzerati ed i pensionati attuali dovrebbero passare tutti al contributivo. La misura riguarda i pensionati più anziani che sono coloro che hanno fruito fino al 96 del calcolo  retributivo.
  Questa proposta di finanziamento del reddito di cittadinanza è folle e nel caso trovasse qualcuno disposta a realizzarla metterebbe giovani contro statali ed anziani assai di più di quanto non siano riusciti a fare fino ad ora Tremonti, Monti, Ichino, Sacconi, Fornero.

venerdì 1 novembre 2013

GARIBALDI: PATRIOTA INTERNAZIONALISTA, PIONIERE DELL’ECOSOCIALISMO



                                                  di Carlo Felici
Giuseppe Garibaldi ha accompagnato da sempre la storia d'Italia, dal concepimento alla nascita, ed è probabile che se la memoria di questo grandissimo personaggio venisse oscurata definitivamente, con essa si eclisserebbe definitivamente anche l'Italia, sicuramente quella migliore.
Nonostante gli attacchi dei padani e dei filoborbonici, protesi a delegittimarne il valore e la straordinaria importanza storica, morale e politica, e nonostante i tentativi di imbalsamarne o di strumentalizzarne la figura, per meri obiettivi propagandistici - come è avvenuto da molte parti, persino opposte (basti solo pensare alla retorica celebrativa del regime fascista che vedeva nelle camicie nere le continuatrici di quelle rosse, oppure alle brigate antifasciste garibaldine che animarono molte pagine della guerra di Spagna e della Resistenza) - Giuseppe Garibaldi resta tuttora un punto di riferimento imprescindibile quando si parla di giustizia e di libertà, e soprattutto quando si cerca una autentica via rivoluzionaria per ribadire la nostra sovranità e la nostra unità di popolo proteso a testimoniare i migliori valori della nostra storia.
Garibaldi, è noto, fu un socialista, e l'ultimo in Italia che cercò di rimetterlo in luce, come tale, fu Bettino Craxi, personaggio chiave della nostra storia recente, denigrato da molti, ma conosciuto concretamente da pochi, su cui si è straparlato, a proposito di un suo “fantomatico tesoro” il quale, però, sembra sia solo ridotto ad alcuni cimeli garibaldini da lui collezionati in vita e che, ahimé, pare siano destinati ad essere venduti all'asta (ennesimo esempio della desertificazione culturale in corso nel nostro Paese).
Craxi rivalutò Garibaldi con l'intento di rilanciare un Socialismo patriottico, impegnandosi però anch'egli per aiutare la crescita del socialismo in tutto il mondo, forse anche per trovare un elemento unificante con una sinistra postcomunista che, avendo abbandonato i suoi riferimenti ideologici passati, non aveva ancora “deciso cosa fare da grande”..e che ha continuato a pensarci per così tanto tempo che, alla fine, ha smesso pure di pensarci, avendo oggi obiettivi di mera conquista e di gestione del potere contingente, a proposito..voi ce lo vedete Renzi in camicia rossa?
Si parla di Garibaldi, chiamandolo “eroe dei due mondi”, trascurando però il fatto che il suo mondo fu sempre “uno solo”: quello della libertà e della giustizia sociale, ovunque: dal Sudamerica all'Europa. E questo perché la causa patriottica, internazionalista ed ecologista, furono in lui sempre un unicum per cui impegnarsi e lottare, non solo con la spada e con il fucile, ma molto anche con la penna, se consideriamo la mole dei suoi scritti (e del suo epistolario), purtroppo reperibili tuttora, nella loro completezza, in sei volumi solo in edizione antiquaria, risalente agli anni Trenta, e con un prezzo esorbitante, quando, invece, come le opere di Marx o di Gramsci, essi dovrebbero essere ristampati e a disposizione di tutti.
Il patriottismo di Garibaldi coincide infatti con il socialismo e con il suo internazionalismo, ma giammai con il nazionalismo: un’idea in gran parte formatasi nel Novecento, mediante una astratta idea di appartenenza non a una cultura o a un progetto di trasformazione sociale, ma per lo più a una razza, a una tradizione o a una “volontà di potenza”, militare e imperialistica, e che, non più sul piano politico, ma prevalentemente su quello economico, perdura tuttora.
La Patria di Garibaldi è quella di coloro che rivendicano la terra e la libertà, di chi cerca di emanciparsi, socialmente, culturalmente ed economicamente, ovunque nel mondo. Nella sua visione, chi combatte per una Patria, infatti, combatte per tutte le Patrie che condividono gli stessi intenti, tanto che lo stesso Garibaldi affermò che non avrebbe esitato a combattere contro la stessa Italia se essa avesse aggredito un altro popolo, e, sull'Aspromonte, ciò fu detto fatto, anche se poi lui stesso si rifiutò di combattere contro altri italiani, e preferì farsi azzoppare per tutto il resto dalla sua vita.
Nell'epoca di Garibaldi l'idea di Europa socialista era molto lontana, dato che prevalente era piuttosto quello spirito cosmopolitico che animava anche Mazzini, con cui si dava più risalto a un'Europa federata e su base borghese, rispetto alle singole nazioni e alla tendenza che essere mettevano in atto per prevalere le une sulle altre.
É uno spirito che oggi purtroppo ha completamente abbandonato non solo la sinistra "borghese", ma anche i gruppi dell’estrema sinistra (o di una destra ormai per certi versi del tutto speculare alla sinistra) che tendono piuttosto a riproporre un bieco nazionalismo autoreferenziale, tutto fondato sulla contestazione ad oltranza dell’euro considerato come capro espiatorio di ogni male, soprattutto di quelli atavici degli italiani: della loro eterna tendenza a dividersi in fazioni, ad appartenere a parrocchiette di ogni colore e a mafie di ogni sorta, in una permanente apologia del “particulare”: un rozzo e anacronistico antieuropeismo, dunque, come maschera grottesca delle proprie perduranti miserie, anche campanilistiche tra Nord e Sud.
Per cui oggi è molto più facile dare la colpa agli istituti sovranazionali (dei quali Garibaldi fu pionieristico propugnatore) o  all’Europa se non si sanno far fruttare i fondi europei, se non si sa amministrare correttamente il territorio, oppure se si preferisce entrare in affari con la mafia per risparmiare o speculare sullo smaltimento dei rifiuti, e via dicendo.

A scuola d’internazionalismo in America latina
Per Garibaldi gli anni della formazione in America latina restarono una scuola indelebile di prassi rivoluzionaria, tanto che, nelle sue Memorie, invece di dare risalto agli anni che vanno da Quarto a Porta Pia, egli si sofferma, dilungandosi piuttosto sui ricordi sudamericani e dice esplicitamente che quella in Uruguay fu la campagna più brillante della sua vita.
Lo stesso esempio di Garibaldi è stato appreso forse meglio dagli uruguaiani anziché da noi italiani, se pensiamo che il loro attuale Presidente della Repubblica potrebbe essere benissimo una reincarnazione dello stesso Garibaldi, per esperienza guerrigliera, per amore della libertà, della semplicità e della giustizia sociale, oltre che della natura.
L’intera America latina considera tuttora Garibaldi come un eroe della sua storia, esattamente come Bolívar o come Martí: la toponomastica e non solo, lo testimonia abbondantemente.
Una lettura distortamente marxista e condotta con categorie di analisi culturali recenti tende a individuare nell'azione di Garibaldi una sorta di contiguità con l'imperialismo europeo e in particolare britannico, trascurando però del tutto la fase più critica della guerra civile uruguaiana, con l'internazionalizzazione del conflitto e l'assedio di Montevideo, in cui Garibaldi fece la scelta di condividere la lotta di un piccolo popolo contro un dittatore brutale, lasciando completamente sullo sfondo le mire economiche e speculative dei potentati europei, specialmente di quello inglese.
In Sudamerica si affaccia alla sua coscienza anche la sensibilità animalista e la difesa della causa “meticcia”. Osservando le innumerevoli sofferenze inflitte agli animali, egli scrisse:
“E le sventure inflitte alle altre razze animali? Io credo: la morte una semplice transazione della materia, a cui conviene conformarsi pacatamente - anzi famigliarizzarsi con essa - Ma i patimenti inflitti da un essere all’altro! Oh! io credo che esistendo una vendetta della natura, essa dev’essere applicata ai ministri del rogo, delle torture e di qualunque sofferenza inflitta ad animale qualunque”.

Nel 1846 ebbe come luogotenente un certo “indigeno Paolo”, sulla cui etnia e sulle sventure che da essa gliene derivarono, Garibaldi denuncia apertamente i «predoni europei» che l’hanno resa infelice. Non sappiamo molto di Paolo e possiamo solo supporre che fosse un chanua, originario delle pianure uruguaiane, uno di coloro che furono sterminati da Rivera. Garibaldi li nomina una sola volta, quando dice di aver visto «l’ultima famiglia chanua mendicare un pezzo di pane nei nostri campamenti».

Nella Prima Internazionale
L'internazionalismo di Garibaldi risalta però in forma compiuta soprattutto nell’ultima fase della sua vita, quando, pur essendo azzoppato e permanentemente afflitto da una artrite fattasi cronica, continuò a combattere e a viaggiare in Europa, partecipando da protagonista alla Prima Internazionale. Nel 1864 il suo socialismo libertario trovò piena sintonia con quello di Bakunin che lo andò a trovare personalmente a Caprera, anche se fu avversato da Marx.
Nel corso della Prima Internazionale Socialista (che forse tuttora resta la migliore), fallita per gli insanabili contrasti tra seguaci di Marx e Bakunin, Garibaldi ebbe un ruolo da protagonista. Fu lui infatti a coniare il detto “L'Internazionale è il Sole dell'Avvenire.”
In essa Marx accusava Bakunin di avere idee poco aderenti alla realtà. Bakunin invece imputava a Marx di voler sostituire la tirannia borghese con una nuova forma di tirannia, non meno opprimente della prima. Come poi fu dimostrato dalla storia, nessuno dei due aveva torto.
Tra il 1869 e il 1870, alla vigilia della Comune di Parigi, pur formandosi sezioni dell'Internazionale in quasi tutti i paesi europei e facendosi decisiva l'azione di Bakunin in Svizzera, Spagna e Italia, con l'aumento delle lotte operaie e l'impegno di primo piano dei militanti internazionalisti, nacque il Partito Operaio Socialdemocratico, ad opera di Bebel e Liebknecht, ma nel congresso di Basilea si ebbe una spaccatura decisiva tra centralisti, seguaci di Marx e federalisti antiautoritari seguaci di Bakunin che segnò le future sorti dell'internazionalismo proletario.
Ciò accadeva dopo che già nel 1866 l'opposizione mostrata dalle sezioni dominate da proudhoniani e mazziniani verso gli indirizzi del Consiglio Generale aveva portato Marx ad affermare le stesse tendenze dell'internazionalismo proletario contro quelle che venivano definite istanze piccolo borghesi francesi e democraticiste italiane.
Il fallimento, in ogni caso, della idea di Mazzini di mobilitare i popoli europei in senso antiassolutistico e su scala continentale che animò il suo progetto di Giovine Europa, fu evidente già dopo un breve lasso di tempo e naufragò nel 1836, sottoposto all'incessante controllo delle autorità svizzere pressate dai governi stranieri. La sua avversione per le idee socialiste era comunque esplicita e potremmo condensarla con queste sue parole: i socialisti sarebbero rei di avere "falsato, mutilato, rigredito quel grande pensiero con sistemi assoluti, che usurpano ad un tempo sulla libertà dell'individuo, sulla sovranità del paese e sulla continuità del progresso, legge per tutti noi, - sostenuto che la vita è ricerca della felicità, mentre la vita è una missione, il compimento di un dovere, - fatto credere che un popolo può rigenerarsi impinguando, - sostituito al problema dell'umanità, un problema di cucina dell'umanità, - detto a ciascuno secondo le sua capacità e secondo i suoi bisogni, invece di bandire: a ciascuno secondo il suo amore, a ciascuno secondo i suoi sacrifici…” E in ogni caso Mazzini non fu mai specificamente un federalista, né a livello nazionale né europeo.
Nel 1870, infine, le tensioni tra centralisti e federalisti si aggravarono a tal punto che questi ultimi, specialmente in Spagna e in Svizzera formarono una corrente autonoma dell'Internazionale, fino a scindersi del tutto.
Contrariamente al Mazzini, in Garibaldi vi fu comunque sempre la netta percezione che la lotta dei lavoratori non passa solo per forme di associazionismo e di miglioramento delle rappresentanze democratiche, ma si svolge e trova compimento mediante soprattutto l'impegno politico degli operai, egli dice infatti: "Di più del mutuo soccorso, le società operaie devono occuparsi di politica, cioè, procurar col tempo di avere un buon governo che non tolga i figli del popolo per il servizio di una monarchia, ma per quello del proprio Paese."
La posizione di Garibaldi fu favorevole a una società regolata dai criteri umanitari in cui lo Stato si prende cura scrupolosamente della "classe più numerosa e più povera" con la specificità di volere "una continuazione del miglioramento morale e materiale della classe operosa, laboriosa e onesta, conformemente alle tendenze umane di progresso di tutti i tempi".
Garibaldi non voleva una dittatura di una classe, ma non era nemmeno contrario all'intervento dello Stato, era per una sorta di "collettivismo maggiore", in anticipazione dell'idea dello Stato sociale moderno. Il giornale garibaldino La plebe, espressione delle frange più democratiche di quel movimento, scrisse con chiarezza: "due grandi correnti solcano il mondo. L'una è quella della libertà individuale o individualismo assoluto che mena all'egoismo. L'altra tende a centralizzare sempre gli interessi e mena al cosiddetto comunismo autoritario. La soluzione del problema consiste nell'armonizzare le due correnti".
Garibaldi promosse in Italia la costituzione di una Lega democratica, proprio per unire tutti i movimenti e i gruppi democratici e progressisti in un fronte comune che si occupasse delle "questioni razionali e sociali le cui soluzioni sono praticabili".
Una lezione che, purtroppo la cosiddetta “sinistra” italiana non ha mai appreso né tuttora dimostra di voler apprendere.

Attualità rivoluzionaria di Garibaldi
Garibaldi continua in ogni caso tuttora, dall'alto della sua straordinaria testimonianza civile e morale, ad essere un punto di riferimento imprescindibile, anche per quella sinistra rivoluzionaria che, dal Sessantotto ad oggi, non ha mai smesso di contestare la sclerotizzazione di un sistema borghese avvitato su se stesso, propugnando la necessità della lotta internazionalista.
Prova ne sia l’intervento di uno dei suoi protagonisti - Roberto Massari, col suo Garibaldi “sovversivo da salvare” [articolo pubblicato nel blog di Utopia rossa a marzo del 2011 (n.d.r.)] - che, nella sua introduzione ad alcuni brani tratti dalle Memorie del Generale, afferma:
“Questo è lo stato d’animo - di ex garibaldino-non-ancora-a-riposo - con cui mi sono messo a estrarre dalle Memorie di Garibaldi alcune parole sue, contenenti le indicazioni ideali che mi sembrano aver incarnato la sua grandezza in campo etico (senza dimenticare le molte debolezze e fragilità in campo politico, che però qui non potevano essere prese in considerazione: altri sicuramente provvederanno a farlo). E nel sottolineare questa grandezza etica del personaggio, non ho potuto tralasciare di indicare la sua refrattarietà alla gestione personale del potere, il suo rifiuto di trasformare in carriera politica la celebrità gigantesca di cui godeva in Italia e nel mondo (forse il primo politico mondialmente mass-mediatico della storia e a livello intercontinentale).”
Massari, si sa, è uno dei più importanti “guevarologi” di fama mondiale e non esita anche a sostenere che tra Garibaldi e Guevara sussistono affinità fondamentali:
“tra Garibaldi e Guevara, rimane incontestabile la somiglianza umana fra i due personaggi: in campo etico, nel rifiuto della carriera politica a titolo personale, nella visione operativa e combattentistica degli ideali, nel rischio personale della vita, nella sfiducia verso gli apparati partitici o militari che fossero. Il lettore o la lettrice vedranno nelle citazioni che seguono l’entità delle somiglianze che indico o altre che si potrebbero scorgere. Invito questo lettore e questa lettrice a vigilare d’ora in avanti perché si impedisca ai detrattori di Garibaldi e degli ideali di emancipazione che egli incarnò, che insieme alle sue indiscutibili responsabilità negative si gettino a mare anche il suo internazionalismo, il suo cosmopolitismo, il suo senso laico della vita sociale, il suo anticlericalismo, la sua etica dell’abnegazione personale e, consentitemelo, la sua (loro) grande umanità”.

Il socialismo “garibaldino”
Se oggi, dunque, inevitabilmente, ci è dato di celebrare il funerale della “sinistra” - dato che, non solo essa è sparita dal Parlamento come autonoma forza politica e permane solo come ombra vaga di eventuali accordi di residuale elemosina governativa da parte di chi persegue e rincorre scopi diametralmente opposti - non ci è dato tuttavia di rinnegare le basi fondanti di ciò che in Italia può superare di slancio e alla baionetta il falso steccato del confine destra-sinistra, un autentico Socialismo garibaldino patriottico ed internazionalista.
Una delle misere ragioni del fallimento del comunismo e del socialismo in Italia è infatti stato il fatto che queste componenti politiche, a lungo più indaffarate a delegittimarsi reciprocamente che a fare causa comune contro il comune nemico padrone del capitale, si sono sempre divise tra Internazionalisti e Patriottici, con le ulteriori, settarie e rovinose divisioni interne.
Garibaldi era invece patriottico e internazionalista allo stesso tempo, riteneva infatti prioritaria la “causa italiana” fino a consegnare purtroppo nelle mani di Vittorio Emanuele II il Sud, per unificare l'Italia, rimandando e rinnovando (memore della gloriosa Repubblica Romana) a tempi migliori, ulteriori tentativi rivoluzionari. In realtà, passarono solo due anni, prima che il Generale tentasse di nuovo l'impresa, non a caso ancora da Sud, mentre avrebbe potuto più tranquillamente sbarcare nel Lazio o arrivarci da altre destinazioni più vicine; perché si era accorto dei massacri in corso da parte dei Savoia, e perché gli era stata negata da Cavour quella milizia territoriale che avrebbe potuto svolgere, specialmente nel Sud, un importante ruolo di tutela dei diritti e di protezione dei più deboli.
Sappiamo come finì, con gli “italiani savoiardi” che spararono ai garibaldini, con il Generale che si levò per impedire un'inutile strage tra “fratelli d'Italia”, con il suo ferimento che lo azzoppò per il resto della sua vita, e soprattutto con la fucilazione di coloro che si erano sentiti di gran lunga di più garibaldini che “italiani savoiardi” disertando l'esercito italiano per quello garibaldino. Sappiamo anche che l'indomita energia di Garibaldi lo portò, nonostante questa ferita non più rimarginabile, a conquistare il Trentino, cinque anni dopo, a 59 anni e, l'anno successivo a rinnovare il grido “Roma o morte”, fermato a Mentana più che dai fucili francesi dalla mancata insurrezione di una città e di un popolo ormai rassegnato a non rinverdire più il sogno democratico e repubblicano, ma a passare da un re papa casareccio ad un altro re straniero e savoiardo, sventratore come altri duci-re del futuro, dei suoi fasti e delle sue antiche memorie.
Altre battaglie, oltre a quelle iniziali in Sudamerica, però, il Generale le fece con i suoi garibaldini nel 39° fanteria dei volontari garibaldini della Guerra di secessione negli Stati Uniti, e l'ultima, forse la più gloriosa, prima a difendere la rinata Repubblica Francese dai Prussiani (ancora una volta vittorioso) e poi, quando la Repubblica rifiutò di ascoltare sprezzante i suoi consigli, a lottare per la prima testimonianza di governo socialista e libertario, nella Comune di Parigi.
Un Socialista, dunque, anche se con ascendenti massonici (ma si deve pensare alla massoneria dell’epoca), pienamente patriottico e internazionalista, da seguire scrupolosamente oggi e in futuro, se vorremo far rinascere l'Italia sotto il segno della dignità, della libertà e della giustizia sociale, e soprattutto, se vorremo far risorgere un vero movimento di idee e di impegno politico e civile che sia tuttora all'altezza delle sfide della nostra epoca, in un mondo in cui la dicotomia e l'aut aut che ne deriva, per la nostra coscienza e la nostra prassi, ancora una volta impegnate in una lotta imposta dall'imperativo categorico di una mente e di un cuore liberi da tentazioni satellitari e servili, non è destra-centro-sinistra ma Socialismo o barbarie, nella versione contemporanea: Ecosocialismo o neoliberismo ecocida.

Un referente per gli ecologisti e gli animalisti
Garibaldi è tuttora un referente fondamentale per gli ecologisti e non solo per i socialisti o per i comunisti che hanno lasciato il fazzoletto rosso delle brigate Garibaldi nella cassapanca del museo della Resistenza. Garibaldi, infatti, fu impegnato in progetti avveniristici di tutela dell'ambiente e di protezione degli animali, e in un fervido programma di rilancio dell'agricoltura biologica.
Lui, che come tuttora testimonia il suo omonimo pronipote: “A Caprera ha zappato e concimato, irrigato e studiato i testi per conoscere le piante”. Lui che progettò di bonificare le paludi pontine soprattutto mandandoci a lavorare con intento rieducativo i preti più “parassiti” (questo lo ricordino quelli che considerano tuttora Guevara il cinico inventore dei campi di rieducazione). Lui che, per evitare la costruzione di quei muraglioni che hanno sì evitato al Tevere di continuare a straripare ma hanno distrutto la flora fluviale e creato un mostro destinato a separare la città dal suo fiume, aveva progettato di costruire un canale di deflusso per convogliare le acque dal Tevere, in caso di piena, e destinato a ricongiungersi con il fiume della città eterna dopo la basilica di S. Paolo, lo asserì con queste testuali parole:
“il mio progetto non distrugge nessun glorioso avanzo della storia dei nostri padri, né altre opere antiche e recenti. I miei lungotevere, essendo al livello delle strade adiacenti e degli attuali ponti, anziché recar sfregio all’ornato pubblico, concorrono a rendere più bella l’architettura stradale di Roma senza bisogno di nessuna demolizione, e di espropriazioni di sì enorme spesa. Quindi io fo appello agli scienziati, ai sanitari, agli archeologi e agli artisti di tutto il mondo civile, perché protestino altamente contro un progetto di sistemazione del Tevere esclusivamente interno, il quale considerato con la scienza idraulica è incerto e pericoloso: rende più gravi le condizioni igieniche della città, ed è un deplorevole attentato all’ornato pubblico ed alle glorie di Roma”.
Garibaldi fu il primo a impegnarsi in Italia per i diritti degli animali, in un’associazione che nacque il 1 aprile 1871, anno in cui il Generale, su esplicito invito di una nobildonna inglese - lady Anna Winter, contessa di Southerland - incaricò il suo medico personale, il dottor Timoteo Riboldi con studio a Torino, di costituire una Società per la Protezione degli Animali, che ebbe la signora Winter e lo stesso Garibaldi come suoi soci fondatori e presidenti onorari. Terminò la sua vita da vegetariano, come un antico filosofo pitagorico.
Per il riscatto di una Italia oggi prostrata dalla corruzione, dalla dittatura monetarista, non meno ferrea e distruttiva di quella che emerse con la Restaurazione e la Santa Alleanza, per un Paese in cui la politica è ormai ridotta a conquista di misere prebende e al vassallaggio territoriale, o alla ricerca spasmodica dell'ultimo guitto televisivo da presentare a una massa prostrata e prostituita al verbo mediatico, per ottenere l'obolo consensuale con cui l'elettore-schiavo paga permanentemente il suo “pizzo” al governo di turno, con l'unico scopo di mantenersi il suo misero piattino di lenticchie. Per un territorio un tempo chiamato “giardino d'Europa” e oggi ridotto a “discarica di veleni tossici” che fertilizzano solo il proliferare della morte e della desolazione di terre che un tempo erano celebrate con l'appellativo di Felix, ed oggi sono umiliate nell'abiezione camorristica. E soprattutto per un popolo abituato a dividersi in clan e parrocchie di ogni fazione e colore, afflitto da un sonno comatoso che lo rende incapace di slanci ideali e patriottici, così come di grandi sogni che si espandano nel Mediterraneo ed oltrepassino anche le colonne dell'erculea padronanza imperialistica in cui esso è oggi confinato ed aggiogato al carro del vincitore atlantico, ebbene, per tutti quelli che oggi sono ancora convinti che “O Roma o morte”... civile, politica, economica, sociale, e soprattutto culturale -  Garibaldi resta, con il suo fiero sguardo proteso dal Gianicolo oltre l'orizzonte di una città-mondo, verso “interminati spazi e sovrumani silenzi”, il testimone di un’eternità e di un mondo altro, infinitamente necessario e possibile.

La rinascita dell'Italia non potrà che avvenire ancora seguendo il Generale che, in prima fila, a passo di carica con il suo grido lacera il futuro e ci sprona: “Venite a vincere o a morire con me!”

Discorso di Garibaldi in difesa dei Briganti

“Mentre in Europa il progresso umanitario, interpreti i grandi uomini di tutte le Nazioni, è unanimemente deciso contro la pena di morte, il Governo di Palazzo Madama, nelle sue velleità eroicamente bestiali e degne dei tempi di Borgia, fa strombettare da tutti gli organi suoi salariati i fasti anti-briganteschi del Mezzogiorno. Non passa un solo giorno, ove non troviate un mucchio di vittorie riportate sui briganti, ove questi sono stati sbaragliati e distrutti e dei “nostri” non un solo ferito .Il più importante poi è questo: dieci briganti presi e subito fucilati, quindici briganti presi e subito fucilati
Ma io dico: li avranno poi guardati in faccia, per sapere se veramente erano briganti oppure no prima di fucilarli?
Eh! Signori governanti, la guerra l'ho fatta ancor io e so che un Ufficiale qualunque, massime un subalterno, procura sempre di far valere il suoi servizi al di sopra di ciò che valgono. In uno Stato poi ove si fa la corte all'Esercito ed ove per conseguenza ogni Ufficiale ha davanti a sé ogni giorno dei cataloghi di ricompense e medaglie e croci che lo devono naturalmente solleticare. Dimodoché non è difficile che per aumentare il numero dei suoi trofei, senza guardarvi tanto per minuto, mandi all'altro mondo qualche povero diavolo che sappia di brigante come io so all'esempio di quel tale che, dovendo far ammazzare un certo numero di protestanti, qualcheduno gli osservava che non tutti erano protestanti e quello rispondeva: lasciate che vadano, che al di là Dio saprà riconoscere i suoi.
Dunque allegri! Allegri a fucilare i briganti e come sono fieri quella caterva di smerdafogli ministeriali (che farebbero schifo dalla paura se si trovassero sopra un banchetto con gli occhi bendati) nell'annunziare le fucilazioni dei briganti
E poi chi sono questi briganti? Poveri infelici! Se non sono alcuni sciagurati contadini che morivan di fame e che furono ingannati dai preti, saranno i figli bellicosi della montagna che, indispettiti dal malissimo Governo, si riuniscono alle bande per vendicare la morte di qualche parente spietatamente fucilato.
E poi chi lo creò il brigantaggio, chi lo fomentò, chi lo mantiene?
Il maggiore interessato al mantenimento del brigantaggio e che lo mantiene per fini suoi, è Bonaparte, minori interessati e tanto accaniti, sono i Borboni ed i preti.
Chi ne ha veramente la maggior colpa, è il Governo di piazza Castello che ne darà conto a Dio della vita di tanti innocenti creature sacrificate per la codardia, imbecillità e malvagia.
Non si può trattare delle cose d'Italia del Mezzogiorno senza sentirsi sdegnati ma non si dirà giammai quanto basta, non si dipingerà giammai con colori neri abbastanza la scellerataggine dei quattro Governi che sono la causa della desolazione di quelle province infelici.
E' poi da ammirarsi questa Italia che vogliono far sì disprezzevole quei miserabili sedicenti moderati che hanno paura di tutto e di tutti, che non trovano altro modo di vivere, di sussistere, senonché mendicando e ruffianando i favori di paurosi tiranni che tramano ad ogni soffio di bufera Italiana. E' da ammirarsi, dico, l'Italia quando essa presenta al codardo contegno de' milioni alcune centinaia di briganti che si sostengono come valorosi soldati!
Cosa non sarà quella terra quando, tersa da moderatume e preti, e che i suoi figli rannodati al vessillo Nazionale, contribuiranno tutti a tenerlo alto alla barba dei prepotenti, quando i briganti moderati e gli smoderati saranno uniti tutti ad uno, cioè quando si penserà alla pancia di tutti e non a poche pance privilegiate al rischio sempre di scoppiare. Infine quando questa Italia avrà un governo proprio scelto da essa proprietà sua, che potrà cambiarlo per uno migliore quando questo non convenga.
Ricordando ai briganti e ai moderati, questi ultimi non sanno far la guerra per compiere l'unità Nazionale, senonché, coll'aiuto dei briganti almeno non contano i nemici, che sono cento contro uno. Chi sostiene allora il decoro delle armi italiane sono i briganti.”
Giuseppe Garibaldi Scritti e discorsi politici e militari n° 1304 volume 6 pag.400.

domenica 27 ottobre 2013

Il mondo in cui viviamo è ecocida




                                      di Leonardo Boff 
        
Il 27 settembre le centinaia di scienziati riuniti a Stoccolma, nel Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) per valutare il livello di riscaldamento globale,  ci hanno trasmesso dati preoccupanti: “le concentrazioni di biossido di carbonio (CO2), metano (CH4) e protossido d’azoto (N2O), i principali responsabili del riscaldamento globale, ora superano in modo sostanziale le concentrazioni più elevate registrate nelle croste di ghiaccio nel corso degli ultimi 800.000 anni”. L'attività umana ha influenzato questo riscaldamento con una certezza del 95 %. Tra il 1951 e il 2010 la temperatura è aumentata tra 0,5 °C e 1,3 °C e in alcuni luoghi ha già raggiunto 2 °C. Le previsioni per il Brasile non sono buone: dal 2050 in poi, avremo un’estate permanente tutto l'anno.
Questa temperatura potrebbe avere effetti devastanti per molti ecosistemi, per i bambini e per gli anziani. Gli scienziati dell'IPCC rivolgono un accorato appello alle persone per avviare un intervento immediato a livello mondiale, in termini di produzione e di consumo, che possa fermare questo processo e ridurre i suoi effetti nocivi. Come disse uno dei coordinatori del rapporto finale, lo svizzero Thomas Stocker: "La questione più importante non è dove siamo oggi, ma dove saremo tra 10, 15 o 30 anni. E questo dipende da quello che facciamo oggi".
Apparentemente molto poco o nulla è stato fatto in modo equilibrato né completo. Gli interessi economici di accumulazione illimitata a scapito dell'esaurimento dei beni e dei servizi naturali prevalgono sulle preoccupazioni per il futuro della vita e sull'integrità della Terra.
La percezione di base che si ha leggendo il riassunto 31 pagine, è che viviamo in una sorta di mondo che distrugge sistematicamente la capacità del nostro pianeta di sostenere la vita. Il nostro modo di rapportarci  con la natura e con la Terra, nel suo complesso, è ecocida e geocida. Seguendo questa direzione andremo tutti incontro sicuramente ad una tragedia ecologico-sociale .
Lo scopo di innumerevoli gruppi, movimenti e attivisti è centrato sulla individuazione di nuovi modi di vivere, in modo da garantire la vita nella sua grande biodiversità e per vivere in armonia con la Terra, con la comunità di vita e con il cosmo.
In un lavoro di più di dieci anni d’intensa ricerca, un educatore canadese esperto in cosmologia moderna, Mark Hathaway ed io abbiamo cercato di svolgere un’attenta riflessione includendo il contributo tra Oriente e Occidente, per delineare una direzione praticabile per tutti. Il libro si chiama: "Il Tao della Liberazione: Esplorando l’Ecologia della Trasformazione" (Vozes 2012). Fritjof Capra stesso ha fatto una bella prefazione e la comunità scientifica nordamericana ha accolto l'edizione inglese favorevolmente, mentre l’Istituto Nautilus ci ha conferito nel 2010 la medaglia d'oro nella scienza e cosmologia .
La nostra ricerca parte dalla seguente osservazione: c'è un' acuta patologia inerente al sistema che attualmente domina e sfrutta il mondo: la povertà, la disuguaglianza sociale, l'impoverimento della Terra e il forte squilibrio del sistema-vita; le stesse forze e ideologie che sfruttano ed escludono i poveri sono anche devastatrici della intera comunità di vita e minano le fondamenta ecologiche che sostengono la Terra.
Per uscire da questa tragica situazione, siamo chiamati, in un senso molto reale, a reinventare noi stessi in quanto specie. Per questo, abbiamo bisogno di saggezza, per condurci ad una profonda liberazione/trasformazione personale, passando  dall'essere dominatori delle cose, a fratelli e sorelle delle cose. Questa trasformazione implica anche una reinvenzione/ liberazione collettiva attraverso un altro disegno ecologico. Tale che sia per noi da rispettare e vivere secondo i ritmi della natura. Dovremmo sapere cosa estrarre dalla Terra per la nostra sopravvivenza collettiva e come imparare di lei, perché la Terra è strutturata sistematicamente nelle reti di inter-retro-relazioni che assicurano la cooperazione e la solidarietà di tutti per tutti e danno sostenibilità alla vita in tutte le sue forme, soprattutto alla vita umana. Senza questa cooperazione/solidarietà, noi insieme alla natura e per noi stessi, come esseri umani, non troveremo alcuna via d'uscita che sia efficace.
Tutto questo è nella virtualità del processo cosmogénico e anche nelle possibilità umane. Bisogna credere in questa realtà. Senza la fede e la speranza umana non costruiremo un'Arca di salvezza per tutti.

sabato 26 ottobre 2013

E le stelle non stanno a guardare..


Purtroppo non molti cittadini si rendono ancora conto concretamente di quanto sia cruciale la battaglia per la difesa della Costituzione, la quale, con i suoi principi e con la sua avanzatissima concezione dei valori democratici ereditati dalla stagione migliore del Risorgimento (quella mazziniana della Repubblica Romana) e dalla Lotta di Liberazione, ha garantito all'Italia, pur nell'ambito di una sovranità limitata dagli assetti geostrategici e anche dall'adeguamento in gran parte passivo ad essi dei maggiori partiti italiani, una lunga stagione di libertà e di pace, ponendo fine agli aspetti più cruenti della guerra civile e resistendo agli anni di piombo e del terrorismo.
Purtroppo gli stessi partiti che hanno contribuito a fondarla o sono spariti o hanno subito una tale e profonda metamorfosi, da considerarla oggi più un problema che una opportunità.
Percorrere le numerose tappe che, fino ad ora, hanno contribuito a snaturare i principi della Carta Costizionale sarebbe doveroso ma ci prenderebbe, in questa sede, troppo spazio e ci distoglierebbe dal nodo cruciale che invece dobbiamo considerare con la massima attenzione.
Quello a cui siamo arrivati oggi, purtroppo, con la complicità di alcuni Presidenti della Repubblica che avrebbero dovuto garantire la tenuta e lo scrupoloso rispetto dei sacri principi costituzionali, e invece hanno svolto opera collaterale di demolizione e di snaturamento di essi, fino ad esserne definiti “picconatori”, è forse il colpo di grazia: lo stravolgimento dell'articolo 138, infatti, costituisce un vulnus gravissimo e di inaudite proporzioni, tale da potersi ritenere, a tutti gli effetti, l'equivalente di un colpo di Stato. Soprattutto considerando che ciò avviene in mancanza di una Assemblea Costituente eletta con sistema proporzionale, senza alcun passaggio referendario e ad opera di un Parlamento eletto con legge “porcata”, in cui i padroni dei partiti maggiori, ormai riuniti in una nefasta ammucchiata governativa, si sono arrogati il diritto esclusivo di cambiare le regole fondamentali dello Stato. Mai un tale attacco così micidiale alla democrazia italiana è stato sferrato nel corso della sua storia.
Di fronte a ciò, crediamo che la reazione dei cittadini, pur manifestatasi in una grande mobilitazione recente a Roma, debba essere ancora più dura e risoluta.
Di fronte a tale scempio di inaudite proporzioni, l'unica vera opposizione avutasi oggi di grande rilevanza politica e popolare è stata quella del Movimento 5 stelle, sebbene anche altri partiti della sinistra tradizionale, come SEL, si siano rifiutati di essere complici di tale ferita mortale.
Il Movimento 5 stelle ha messo in atto forme di protesta eclatanti, ha pronunciato in Parlamento discorsi che non si sentivano più da tempo e che ci hanno riportato alla memoria la testimonianza dei nostri padri costituenti, come quello della senatrice Taverna, straordinario esempio di impegno politico e civile.
Chi accusa questo Movimento di derive autoritarie ed autoreferenziali, dovrebbe riascoltarlo con molto attenzione, in tutti i suoi passaggi e soprattutto nella scrupolosa denuncia di come e quando i principi costituzionali sono stati violati e disattesi negli ultimi anni.
C'è chi parla di fine del ventennio berlusconiano, ma dimentica altresì che l'obiettivo principale ampiamente dichiarato di Berlusconi è ed è sempre stato quello di cambiare radicalmente la Costituzione e che questo governo, nato ampiamente sotto la sua egida ed iniziativa, sta, nonostante la parziale estromissione attuale di Berlusconi dall'ambito della politica, operando esattamente secondo quelli che sono stati sempre i suoi obiettivi ed, in particolare, il suo principale: infliggere un colpo mortale e definitivo alla Costituzione Italiana.
Chi scrive ha più volte manifestato la sua diffidenza verso Grillo, considerandolo un “gate-keeper”, uno che cioè sta sostanzialmente “a guardia del cancello” delle istituzioni, regola il traffico in entrata ed in uscita, specialmente quando esso rischia di congestionarsi troppo a causa della rilevanza e virulenza dello scontro sociale. Lui stesso ha, in ogni caso, dichiarato che senza il suo apporto la protesta, in Italia, avrebbe potuto raggiungere livelli di lotta di ben altra proporzione e forse anche di inaudita violenza, dato che la condizione di crisi e di prostrazione sociale, raggiunta oggi dal nostro Paese, non solo non ha precedenti nella storia repubblicana, ma nemmeno in quella di tutto lo Stato unitario.
Essere dunque uno “stabilizzatore” del dissenso non è un fatto del tutto positivo se il dissenso, in base a ciò, resta frenato e trattenuto nella sterile e demagogica protesta o permane nell'ambito dell'insulto fine a se stesso. Mettere in moto però un processo di mobilitazione popolare che, volenti o nolenti, entra nelle stanze del potere e dà vita e voce all'Italia più emarginata bistrattata e sfruttata, ad opera dei suoi stessi cittadini, di ogni ceto e di ogni levatura, è comunque una grande opportunità per la libertà e per la democrazia, anche se non si sono ancora realizzate forme di aggregazione e di lotta che possano concretamente incidere per cambiare effettivamente l'assetto vigente.
Per impedire cioè che un Movimento che ha avuto uno straordinario successo elettorale si veda sprecato sul nascere dalla prospettiva gattopardesca che “tutto debba cambiare affinché nulla di sostanziale cambi” bisogna entrarci, e nel suo interno lavorare affinché esso raggiunga una fisionomia di forza politica compiuta, con una sua organizzazione territoriale ben articolata ma in senso plurale e in nessun modo verticistico, e infine affinché essa non resti ostaggio di alcuna forma di leaderismo, nemmeno di quello del suo fondatore.
Una volta questo si chiamava Socialismo Libertario, e cioè processo politico basato sulla autonomia, sulla partecipazione e soprattutto sull'esercizio scrupoloso della democrazia diretta in ogni luogo.
Oggi i nomi contano poco, sempre meno, di fronte alle sfide epocali a cui siamo, volenti o nolenti, chiamati a rispondere, e soprattutto di fronte alla perdurante ed inossidabile struttura autoreferenziale dei partiti, e alla vocazione satellitare che anche i più piccoli hanno verso i più  grandi, per mera tendenza a conservare e gestire il potere.
Tale assetto, in mancanza di risorse e di opportunità di lavoro, diventa ancora più pericoloso perché la politica così si trasforma, in tali contingenze storiche, in una pericolosissima “professione feudale”, riducendosi a struttura di controllo clientelare del territorio. A mafia istituzionalizzata.
Questo, che ci piaccia o no, è quello che abbiamo di fronte a noi in Italia oggi.
Sapendo dunque distinguere tra le esternazioni di Grillo e la reale portata del Movimento nato grazie alla sua iniziativa, non dobbiamo perdere la capacità di cogliere la grande opportunità nata con lo sviluppo di quello che appare oggi l'unico soggetto politico autenticamente popolare non colluso con le strutture di quel potere autoreferenziale il cui unico obiettivo, nell'angoscia di essere realmente messo all'angolo, è quello di piegare le regole ai suoi scopi e persino di rieleggere, a tal fine, un Presidente della Repubblica che qualsiasi Stato autenticamente democratico e civile avrebbe da tempo mandato in pensione, con un'età superiore a quella di un papa dimessosi per ragioni di età, e dell'ultimo leader maximo: Fidel Castro, autonomamente già dimessosi da ogni carica di partito e di potere.
Il massimo della assurdità e dell'ipocrisia lo abbiamo raggiunto quando questo Presidente della Repubblica ha prima rivolto un appello affinché la legge elettorale venisse finalmente cambiata mediante un largo consenso e confronto parlamentare, per poi rinnegare tale intento, convocando a tal fine, e prima di ogni altro, le maggiori forze politiche che oggi sono al governo con il principale intento di demolire la Costituzione.
Il Movimento 5 stelle è l'unica aggregazione politica oggi, pur con i suoi inevitabili difetti dovuti alla sua struttura “in fieri”, che denuncia in continuazione tutto ciò dalla prospettiva di un largo consenso popolare e senza alcuna benché minima apertura ad alleanze politiche di fatto “satellitari”, ma pur restando aperta a votare, se necessario, e volta per volta, provvedimenti utili e necessari al Paese. Che piaccia o no, tale forza politica oggi esprime anche una necessità “morale”, un imperativo categorico, tale da costituire un punto di non ritorno nella costruzione di una fase non solo politica, ma per di più civile, concretamente nuova nel nostro Paese.
Demonizzarla quindi non servirà in alcun modo, specialmente ai collateralisti criptici del sistema feudalmete partitocratico oggi in atto, e tanto meno infiltrarla per demolirla dal suo interno, esacerbando certe sue contraddizioni.
Servirà piuttosto lavorare in essa e con essa, per affrontare e risolvere i nodi cruciali con i quali la nostra democrazia è chiamata a sostenere una sfida mortale: di vita e di sopravvivenza, di giustizia sociale e di libertà, o di morte civile ed istituzionale.
Se le stelle stanno sempre, come diceva Kant, “sopra di noi”, a configurare la permanente opportunità di un'utopia possibile, è bene quanto meno che non “restino a guardare” se non altro a dimostrare che essa, una volta tanto e per tutte, è anche vitale ed improrogabilmente necessaria.
C. F.  

martedì 22 ottobre 2013

Fossa Italia




Ci sono tre elementi caratterizzanti di una autentica democrazia, tre specificità indispensabili senza le quali persino una dittatura, alla fine, può diventare più “sopportabile”, fino a sostituirla inevitabilmente.
Il primo è dato da una legge elettorale autenticamente democratica, con la quale i cittadini hanno una concreta possibilità di esercitare la loro “sovranità”, facendosi rappresentare "personalmente" nel miglior modo possibile e consentendo la nascita di un governo che possa svolgere il suo lavoro stabilmente.
Il secondo è una corretta alternanza e dialettica democratica tra governo e opposizione, tale da fare in modo che l'uno si prenda la responsabilità di portare a termine il suo mandato e l'altra controlli l'operato governativo, collaborando solo in casi eccezionali e di vitale importanza per la stessa tenuta democratica complessiva delle istituzioni (come ad esempio quando si vara una nuova legge elettorale o costituzionale, che però andrebbe seguita sempre da un referendum popolare).
Il terzo, infine, è l'apparato con cui uno Stato democratico funziona, rappresentato dai settori dei servizi pubblici essenziali per il cittadino, dalla loro efficienza, dalla loro trasparenza e dalla loro onestà nel rapportarsi con ognuno di noi. Questo evidentemente richiede adeguati controlli sui metodi di selezione di chi lavora per lo Stato, sul loro compito e sulla “disciplina e l'onore” con cui essi, secondo la Costituzione, devono svolgere il loro lavoro, con una lotta spietata ad ogni forma di corruzione e di parassitismo. Questo, altrettanto evidentemente, richiede adeguati investimenti ed incentivi per migliorare e potenziare tale apparato nevralgico con cui ogni istituzione svolge un servizio utile al cittadino.
Se, dunque, analizziamo singolarmente ognuno di questi elementi summenzionati, ci rendiamo conto piuttosto facilmente di come la democrazia in Italia sia ormai con i piedi nella fossa.
Abbiamo una legge elettorale non democratica, che non consente ai cittadini di farsi rappresentare ma che mette lo Stato in mano ai padroni dei partiti spesso collusi con apparati lobbistici e organizzazioni malavitose, e che, per di più, però, non riesce nemmeno a consentire una stabilità di governo, oltre che una alternanza nell'esercizio del potere. Nonostante sia stata definita dai suoi stessi artefici: “legge porcata”, essa viene mantenuta in vigore ormai da molti anni con un palese disprezzo verso coloro che devono subirla, che, ormai, pur di non farlo più, si astengono dal voto nel 40% dei casi, ed in maniera sempre più crescente.
Abbiamo un governo “ammucchiata” in cui la distinzione tra centrodestra e centrosinistra è sparita, non parliamo poi di destra e sinistra che non esistono più da tempo, ormai inghiottite nel gorgo di una spasmodica rincorsa al centro di ogni inossidabile potere e poltrona..Non c'è dunque più alcuna forma di controllo o di limite, anche nel voler stravolgere a forza di “numeri schiaccianti” persino la legge fondamentale dello Stato: la Costituzione., fino al paradosso che se, puta caso, i parlamentari del centrodestra e del centrosinistra volessero accordarsi per far decadere in blocco la Costituzione o la democrazia stessa, potrebbero tranquillamente farlo con una semplice votazione.
Abbiamo, infine, un susseguirsi di provvedimenti e leggi che non migliorano l'assetto dello Stato, ma impongono ad esso sempre e solamente tagli, evitando scrupolosamente ogni forma di incentivo al miglioramento dei servizi ed ogni forma di investimento nel settore pubblico, con l'aggravante della beffa di un blocco “sine die” degli stipendi per chi lavora al servizio dello Stato, ridotto alla funzione di “paria statale”.
Tutto questo basta ed avanza per dichiarare senza tema di smentita che la democrazia italiana è ormai ben oltre il suo stato comatoso, ed è già abbondantemente nella fossa in cui è destinata ad essere sepolta dai potentati economici al servizio del militarismo neocoloniale occidentale e della plutocrazia oligarchica della Unione Europea.
Sono questi, dei meccanismi piuttosto ricorrenti nella storia, che però non durano in eterno e che portano inevitabilmente a nuove forme di autoritarismo, sentite come persino più tolleranti e benevole dal popolo, di un assetto in cui i suoi bisogni restano del tutto ignorati o schiacciati.
Accadde nell'antica Grecia, con l'avvento delle tirannidi che furono originate dalla degenerazione delle aristocrazie in timocrazie, accadde nell'antica Roma con l'avvento del cesarismo facente leva sul perdurante conflitto tra le classi più umili con i potentati dell'aristocrazia terriera e schiavista, accadde nel passaggio dal Medioevo all'Età Moderna, con l'avvento delle signorie che posero fine ai perduranti conflitti di classe interni ai comuni, accadde con l'instaurarsi del Comitato di Salute pubblica nella Francia Rivoluzionaria, accadde in età contemporanea con l'avvento di regimi totalitari nati dalla dissoluzione o dalla implosione delle cosiddette democrazie liberali rigidamente oligarchiche.
Accadrà dunque di nuovo con l'implosione non lontana di una Europa incapace di darsi un governo politico ed un assetto che rappresenti più le istanze dei suoi popoli, piuttosto che quelle dei suoi organismi finanziari ed economici. In fondo, anche il denaro ha un suo punto debole, rappresentato dal fatto che la gente crede, nella maggior parte dei casi, che esso possa risolvere ogni problema e “rimediare” ad ogni dolore. Quando infatti un rimedio viene percepito come peggiore del male che si riteneva con esso di poter curare, inevitabilmente, tale “rimedio” viene spazzato via prima dall'orizzonte della “fede” e poi da quello della pratica corrente. E' accaduto con la religione e con Dio, figuriamoci se non potrà accadere anche con il denaro, nella sua ultima e metafisica versione globalmente “mammonica”.
In Italia, ormai, la politica è palesemente ridotta a terreno di scontro per la sopravvivenza nel perdurare dei privilegi negati ai più, un territorio ormai sempre più ristretto, da “riserva protetta”, e sempre più assediato dal malessere e dall'antagonismo sociale che ormai tocca tutte le categorie, persino quelle deputate a “difendere” le istituzioni dallo scontro sociale.
Qui si danza allegramente su un lago di benzina con almeno cinque cerini tra le dita in ogni mano..basta solo uno scivolone e...bum! Ce ne rendiamo conto bene se pensiamo che oggi, persino certi media asserviti al perdurante potere autoreferenziale di una politica senza più né capo né coda, sono costretti ad ammettere che la nostra situazione economica e sociale, mutatis mutandis, è peggiore di quella che si ebbe in Italia subito dopo la fine della prima guerra mondiale, sicuramente il momento più critico di tutta la “storia patria”. E sappiamo altrettanto bene cosa accadde dopo..
Quando lo Stato muore e con esso muore il simulacro di democrazia che esso aveva assunto come ultima foglia di fico per mascherare le sue vergogne, anche una dittatura (ovviamente nessuna mai si presenta con lo stesso volto nella storia) può essere percepita come “risolutrice” e “rivoluzionaria” e la medesima dittatura può persino impegnarsi di più per migliorare l'assetto dello Stato, per il semplice motivo che ciò le torna assai utile per accrescere su di sé il consenso.
In Italia siamo quindi già nella “fossa democratica” e la terra che si sta già spargendo sopra per seppellirla è data dalla perdurante opera distruttiva dello Stato italiano e dei suoi servitori, perché sia l'uno che gli altri, evidentemente, sono solo un ostacolo all'imporsi di governi economici transnazionali in cui contano più le leggi di bilancio che quelle costituzionali.
Non è detto però che a ciò si accompagni solo e sempre un lugubre e rassegnato “de profundis” da parte dei ceti sempre più immiseriti e marginalizzati da leggi che si chiamano di “stabilità” perché hanno solo l'arroganza di “stabilizzare” le oligarchie dominanti in Europa. Non è detto che i dipendenti pubblici, i pensionati, gli esodati, i precari, i licenziati, gli “incapienti”: nuova categoria di persone con redditi così bassi da non presentare nemmeno la dichiarazione dei redditi, si rassegnino ad essere “suicidati” in massa.
Quando Luigi XVI annotò il 14 luglio del 1789 nel suo diario.. “niente” era perfettamente convinto che quella, come tante altre giornate precedenti e successive, avrebbe continuato ad essere assai salutare per il “suo” popolo ed anche per il suo “collo”. Così non è una novità che chi vede morire l'economia e la tenuta sociale di un paese allo stremo, e pur tuttavia continuamente terra di sbarco per centinaia di poveri disgraziati ogni giorno in fuga da quelle stesse guerre e miserie di cui l'Europa e l'Occidente sono pienamente responsabili con la loro arrogante ed aggressiva indifferenza, possa pensare che dalla crisi si esce un “passo alla volta”..pur avendo entrambe i piedi nella.. “fossa Italia”.

C.F.