Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

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sabato 23 novembre 2013

Kennedy: il coraggio della vita nel trionfo e nella tragedia


                                   

                                           di Carlo Felici

Gli anni in cui visse e fu Presidente John F. Kennedy furono un periodo di straordinaria euforia, mista alla speranza, alla paura e alla consapevolezza che il mondo, da allora, non sarebbe stato più lo stesso. Può capirlo solo chi visse allora, anche colui che, come me, in quel periodo era tanto piccolo da non essere ancora arrivato alla consapevolezza, limitandosi alla gioia, alla speranza e al timore. Tanto che Kennedy, in quella mente infantile era come una sorta di “nume tutelare”, da pregare la sera assieme alla Madonnina...”Madonnina fammi buono, grande e bravo, Presidente Kennedy, mantieni la pace nel mondo”...come una sorta di mantra, che si fece più intenso durante i giorni della crisi dei missili a Cuba. Molti allora avevano anche la foto di Kennedy in casa o nel negozio, io me ne ricordo varie, nelle vie centrali di Roma e mi ricordo anche le riviste con il suo ritratto in copertina..
Ma Kennedy, con il crescere della consapevolezza che si fece prima adolescente e poi adulta, non si rivelò certo un “santo”, anzi, ad essa, si rivelò presto come un uomo con molte debolezze, un presidente che commise vari errori e un politico che non sempre seppe fare la scelta giusta, ciò nonostante la sua morte improvvisa e tragica lo ha cristallizzato ed eternizzato come il simbolo allo stesso tempo di una grande speranza, di una grande illusione e anche di una sconfinata delusione.

La speranza era quella che si aprisse davvero nel mondo una nuova era di pace, progresso e prosperità, coincidente con quella che lo stesso Kennedy definì “la nuova frontiera”, la grande illusione fu che ci fosse un larghissimo consenso ed una grande opportunità di mezzi per realizzarla (anche se Kennedy sostenne proprio prima di morire che sarebbero stati necessari molti anni di duro lavoro) e la sconfinata delusione si materializzò con l'immagine di un sottopassaggio nero in cui si infilava la limousine presidenziale con a bordo il cadavere di Kennedy quasi decapitato. Era quello il nero di un futuro destinato ad oscurare per sempre una radiosa giornata autunnale, quasi un'improvvisa notte calata sul sole dell'avvenire.
Erano molto diversi quegli anni, non solo per il mondo, ma soprattutto per gli USA, rispetto ad oggi: quella di allora era un'America più razzista e sessista ma dove le disuguaglianze economiche e sociali erano molto meno rilevanti di oggi, con 140 milioni di abitanti in meno di ora, che sono per il 30% in più di origine afroamericana o ispanica, allora ci voleva un anno di lavoro per comprarsi una casa, mentre oggi ce ne vogliono sei, sempre se il lavoro resta continuativo e se la banca non se la riprende prima per crediti insoluti. Gli anni di allora erano, infatti, anche anni di piena occupazione in cui un laureato aveva un lavoro garantito e un comune lavoratore poteva aspettare al massimo quattro settimane per trovarsi un lavoro.
Ma erano anche gli anni del precario equilibrio atomico, in cui ognuno di noi, e persino i bimbi, si sentiva seduto su almeno una tonnellata di esplosivo pronto a saltare in aria, anni in cui gli esperimenti atomici nell'atmosfera non si saprà mai quante radiazioni abbiano messo in circolazione ben prima di Chernobil.
Il radioso sorriso del Presidente più amato nel mondo (soprattutto dalle donne) però celava, quasi come una maschera tragica, non poche ombre oscure, destinate a materializzarsi appena si spense.
Non fece in tempo ad insediarsi che ci fu lo sbarco nella baia dei Porci, di fatto organizzato e messo in atto dalla CIA, secondo una indicazione del presidente che lo aveva preceduto, ma che lui formalmente non autorizzò mai, anche se ne assunse la responsabilità pubblicamente. E questo spiega sia il fatto che non concesse la copertura aerea, sia l'immediato licenziamento successivo dei vertici della CIA. La “primera derrota de l'imperialismo” costò agli USA più di 100 morti e altre centinaia di prigionieri che in seguito vennero scambiati con beni materiali dal governo cubano,
Con lui iniziò l'impegno militare americano in Vietnam, e durante il suo mandato, il muro di Berlino venne costruito senza quasi che Kennedy facesse in tempo ad accorgersene.
Quella che allora veniva considerata la donna più affascinante del mondo e che era stata la sua affezionatissima amante morì in circostanze assai inquietanti e misteriose, tanto che ancora oggi si dubita che si fosse suicidata.
Ma lo smacco più grosso lo subì con la crisi dei missili a Cuba, dovuta in gran parte alla sua poca lungimiranza. Che Guevara in persona, che allora era il ministro più in vista a Cuba e sebbene prendesse un semplice stipendio da Comandante, e si dedicasse al lavoro volontario e manuale tutte le settimane, incontrò un emissario di Kennedy, proponendo, tra il 1961 e il 1962 al presidente americano un accordo: Cuba avrebbe allentato i rapporti con l'URSS, avrebbe accettato di compensare alcune aziende americane che erano state espropriate nell'isola e soprattutto avrebbe rinunciato ad esportare i progetti rivoluzionari nel resto del Sudamerica, in cambio soltanto dell'impegno solenne degli USA a non sovvenzionare né a mettere in atto progetti controrivoluzionari o sbarchi nell'isola, insomma solo per essere lasciati in pace definitivamente.
Kenndy, a cui in quella occasione venne offerta anche una discreta quantità di sigari cubani, che egli continuava a fumare in barba ad ogni regola di embargo, però non si fidò, al punto che anche il suo primo sigaro lo fece fumare ad un suo collaboratore, e interpretò quella proposta come un atto di debolezza, agendo, di conseguenza, in maniera diametralmente opposta alla proposta ricevuta: incrementò l'impegno per destabilizzare la rivoluzione cubana, fu così che più di 5.000 azioni di sabotaggio e di terrorismo furono commesse contro Cuba con moltissime vittime, in meno di 10 mesi, come parte integrante dell'Operazione Mangusta, pianificando anche attentati contro Fidel Castro e altri dirigenti della Rivoluzione Cubana. Ciò provocò inevitabilmente non solo un veloce riavvicinamento tra Cuba e l'URSS, ma anche la successiva ed immediata istallazione dei missili nucleari nell'isola, con tutto quel che ne seguì e che è noto. Kennedy la presentò come una vittoria, ma di fatto gli USA, negli equilibri geostrategici di allora, ebbero un secco arretramento, ritirando varie delle loro postazioni missilistiche in Europa, ed impegnandosi a non invadere più Cuba nei decenni successivi.
Per questo, quando Kennedy arrivò a Dallas erano appesi sui muri della città manifesti recanti la sua foto di fronte e di profilo con scritto “Wanted for treason” (ricercato per tradimento). E chi lo uccise probabilmente fu convinto di avere ammazzato un traditore.
Eppure Kennedy, in barba ai suoi guai e ai suoi problemi di salute, non tradì mai il suo popolo, anzi si batté sempre per il massimo della trasparenza, per ridurre le tasse (tanto che oggi qualcuno stenta a consideralo progressista) per incrementare i redditi e soprattutto colpendo privilegi, cartelli monopolistici e grandi gruppi finanziari e speculativi. Basti solo pensare alla riduzione dell'imposta sui redditi, alla tassazione del capital gain che allora era del 25% contro il 15% di oggi, alla tassazione sui profitti delle imprese, allora al 50%, mentre oggi è al 35%, e alla tempestiva capitolazione del cartello degli industriali dell'acciaio, messi sotto inchiesta dallo stesso Kennedy. Già dal 1960 si era battuto contro lo strapotere dei petrolieri, presentando un emendamento per limitare i loro guadagni, contro di esso aveva votato colui che prima divenne vicepresidente e poi, dopo la morte di Kennedy, presidente in carica: Johnson. Il principale esponente dei petrolieri, allora il gruppo economico più potente degli USA, capace di eliminare terribili concorrenti anche all'estero come Mattei, lo disse chiaramente quando Kennedy fu eletto: “Con quest'uomo è impossibile intendersi”, quella suonava già, per chi sapesse intenderla, come una condanna a morte. E questo evidentemente spiega anche come mai su quella morte “eccellente” in ben 50 anni, non è stata mai fatta piena luce.
Ma Kennedy, fermamente avverso ai “poteri occulti” stava anche ristrutturando profondamente i servizi segreti, inimicandoseli, per cercare di impedire loro di diventare uno strumento autoreferenziale di sostegno ad un imperialismo globale; stava colpendo gli straripanti interessi finanziari della FED, con il suo Ordine esecutivo 11110, decretando che essa, come proprietà di privati, sarebbe presto fallita, questo voleva dire sottrarre a dei privati la possibilità di creare e gestire denaro e ricchezza pubblica.
Si accorse presto del “pantano vietnamita” e si impegnò a tirar fuori da lì i soldati americani entro il 1965, ma, come sappiamo, dopo la sua morte le cose andarono in direzione diametralmente opposta..
Insomma, di nemici se ne fece tanti e ad ogni livello, quanto basta per capire con adulta consapevolezza che architettare una versione tuttora ufficiale del suo omicidio dovuto esclusivamente ad un “uomo isolato”, ha assunto e assume ancora da 50 anni, la sembianza di uno schiaffo all'intelligenza, e tuttora si fa sentire come la voce altisonante dell'arroganza del potere.
Nessuna celebrazione oggi, dunque, potrà restituire a Kennedy la sua dignità di uomo prima ancora che di Presidente offeso da un codardo modo di assassinarlo di nascosto, mentre era inerme e disarmato e affrontava con coraggio straordinario il suo destino, se non si dirà finalmente ed in forma pienamente ufficiale “tutta la verità e nient'altro che la verità”
E sì che allora Kennedy non solo non sapeva se lo avrebbero rieletto, ma era anche perseguitato da una invalidità permanente: dal morbo di Addison (una insufficienza ormonale) e da una osteoporosi cronica che probabilmente lo avrebbe condotto inevitabilmente su una sedia a rotelle. Forse questa era una ragione in più per non temere le numerose minacce che aveva ricevuto, per dare un senso ad una vita che, come sapevano anche gli antichi: “se non è messa alla prova della ricerca della verità non è degna di essere vissuta”. Questo probabilmente spiega questa sua affermazione: The courage of life is a magnificent mixture of triumph and tragedy". Il coraggio della vita è un magnifico miscuglio di trionfo e tragedia.
Ma la tragedia è sempre degli spettatori, di chi resta, perché chi muore, muore sempre nel trionfo, nella gloria di una morte che la morte stessa non potrà più smentire.
I suoi assassini, infatti, così come quelli di suo fratello, di Martin Luther King, di Malcom X, di Che Guevara, di Lennon e di altri miti di quel tempo, non fecero altro che sottrarre a questi personaggi la possibilità che la storia prendesse il sopravvento su di loro.
L'America, così, suggellava trionfi anche quando erano impossibili, probabilmente perché, come tutte le società in cui prevale l'usa e getta, poco incline a considerare che la gloria autentica è sempre, come diceva lo stesso Kennedy, quella che emerge da un lungo, duro, silenzioso e paziente lavoro. Lo specificò nel suo ultimo discorso a For Worth, quando ancora credeva che questo lavoro lo attendesse negli anni successivi, per finire poi, forse un giorno come il suo predecessore Roosvelt.
Il destino lo ha fatto invece morire poche ore dopo, con il sole in faccia e con la brezza che, attraversando i rami delle querce del Texas, sollevava appena la sua chioma, scoprendo la sua fronte al colpo fatale.
Sotto il tunnel lui ci finì che era già morto, e non vide mai la sua oscurità, quella, invece, senza la luce della concreta e definitiva verità, continueremo a vederla solo noi, e da ormai più di mezzo secolo.


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