Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo

Garibaldi pioniere dell'Ecosocialismo
Garibaldi, pioniere dell'Ecosocialismo (clickare sull'immagine)

venerdì 13 ottobre 2017

Dopo il Che, come e più del Che: Thomas Sankara vive!





                        
                                  di Carlo Felici 


Non si è ancora spenta l'eco delle commemorazioni del cinquantenario della morte del Che, che dovrebbe iniziare la celebrazione di un altro straordinario Comandante-Presidente che fu, in tutto e per tutto, allievo del Che in Africa. Eppure, stentiamo a vedere manifesti o altro che lo riguardi.

Perciò, per quanto ci è possibile, cerchiamo di colmare questo vuoto, forse dovuto al fatto che questo altro grandissimo personaggio del XX secolo è andato ancora più avanti, nel suo progetto di contestazione globale dell'imperialismo e del capitalismo, rispetto al Che, in una realtà più vicina a quella nostra contemporanea, e pertanto risulta ancora più “scomodo”

Thomas Sankara fu assassinato 30 anni fa, dopo avere cambiato radicalmente il volto e persino il nome del Paese di cui fu Presidente, dal 1983 al 1987. Fu inzialmente Primo Ministro di un governo che lo epurò e lo mise in prigione per le sue idee alquanto controcorrente, dopo soli quattro mesi dal suo insediamento. Ma, in seguito a tumultuose rivolte popolari, dopo essere stato liberato a furor di popolo, si prese la rivincita impadronendosi del potere con una rivoluzione armata.

Si insediò in uno dei più poveri paesi africani, con un progetto ambiziosissimo che entrò nella nuova Costituzione: rendere felice il suo popolo. Innanzitutto cambiò nome a quello che allora si chiamava Alto Volta, una vecchia colonia francese sottomessa in tutto e per tutto a nuove forme di neocolonialismo che l'avevano resa completamente dipendente dalle importazioni, e con un debito crescente di proporzioni catastrofiche.

Chiamò quel paese Burkina Faso, la “terra degli uomini liberi e integri”, con lo scopo di risollevare le sorti del suo popolo, sottraendolo non solo al colonialismo economico, ma anche a quello culturale. Diceva infatti Sankara: “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”  

sabato 30 settembre 2017

L'insostenibile leggerezza dell'imperativo categorico del Che


     
                 



                                       
Parlare di Ernesto Che Guevara a 50 anni dalla sua morte è come contemplare un cielo stellato, non si sa da dove cominciare né dove finire.

I mortali, infatti, dovrebbero limitarsi, in questi casi, a tacere di fronte all'incommensurabilità degli immortali.

Ma anche un mortale può, come Kant scrisse efficacemente, considerare la morale che c'è in lui e oltre ad essa il cielo stellato che permane sopra di lui.

Perciò, nonostante il fiume di inchiostro che è stato versato, narrando la vita ed il pensiero del Che, fino a farlo divenire una icona rivoluzionaria, cercheremo di capire che la sua rivoluzione fu soprattutto etica e morale, prima ancora che sociale, economica o politica. E che fu, anche per questo, una delle vittime più illustri di un comunismo divenuto artificio e negazione della stessa morale su cui esso avrebbe dovuto fondarsi.

Il Che scoprì fin da bambino la ribellione e l'ingiustizia e fu spinto a trovare un modo per combatterle nell'immediato, anche dall'urgenza di una vita incalzata da una malattia che gli consentì di essere riformato nel servizio militare, nonostante poi sia diventato un grandissimo Comandante militare rivoluzionario, così sembra che anche il destino abbia voluto unire la sua ironia a quella proverbiale del Che. La sua vita, infatti, non bruciò lentamente come una candela, ma arse di un fuoco impetuoso e trascinante dall'inizio fino alla fine, espandendo la sua luce ed il suo calore oltre i confini dello spazio e del tempo. Tanto che ancora oggi essa perdura intatta nella sua fulgida essenza, infatti per quelli come lui, finisce sempre una vita terrena per iniziarne una leggendaria, che sicuramente anche gli esploratori spaziali o i futuri combattenti di guerre stellari di liberazione non potranno fare a meno di ricordare e tramandare.

Le tappe di questa vita straordinaria sono arcinote, per cui faremo a meno di ricordarle, lasciando ai biografi la narrazione dettagliata di questo percorso, dall'inizio fino alla fine, e raccomandando, però, a coloro che davvero vogliono pensare al Che e non limitarsi a parlarne o a scriverne o a sproloquiare su di lui, di leggere queste biografie, magari mettendole a confronto, per scoprirne anche le autenticità e le incongruenze.

Tra le migliori, ci sentiamo di raccomandare quella di Paco Ignacio Taibo II e di Castaneda, gli scritti di Moscato, quella di Massari (purtroppo mutila dell'ultimo periodo, dato il tempo in cui fu scritta) oltre a quella di Anderson, che però invitiamo a leggere per ultima dato che, apparentemente può sembrare la più documentata e celebrativa oltre che la più famosa, ma concretamente risulta una delle più mistificatorie, a partire dalla data di nascita e dalle circostanze della morte del Che.

Anderson, infatti, scrive che il Che nacque un mese prima, di quanto lui stesso ricordò persino nel suo diario boliviano, adducendo solo delle prove testimoniali, quasi volendo fare intendere che la sua vita sorse da una bugia. Un modo direi alquanto subdolo di fondare la biografia di un rivoluzionario, e conclude narrando una sorta di riappacificazione nell'abbraccio tra il suo carnefice e la sua vittima, lasciando intendere che la CIA volesse il Che più vivo che morto, tutte panzane per altro smentite da un rapporto dettagliato di due scrittori e storici cubani: Adys Cupull e Froilàn Gonzàles, intitolato “La CIA contra el CHE” e pubblicato in italiano da Edizioni Achab nel 2007.

Anche i film di recente usciti anche in Italia, per la regia di Steven Soderbergh, rivelano più o meno lo stesso intento, forse meno nel primo sulla vicenda rivoluzionaria cubana, ma sicuramente di più nel secondo sull'impresa boliviana: rappresentare il Che come un rivoluzionario straordinario ma molto donchisciottesco, cioè utopistico e sostanzialmente poco cosciente della realtà e della contingenza in cui si trovò ad operare, insomma una sorta di eroe e Cristo solitario, immortalato dalla sua ultima immagine cadaverica del lavatoio di Vallegrande. Una icona da venerare ed esaltare ma concretamente sempre fuori dal tempo.

mercoledì 20 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Salvati dai bomboloni Il cinismo degli americani. Il guado delle scatolette (terza parte)


  



                              di Giorgio Giannelli


Il 19 settembre è il 73° anniversario della liberazione di Forte dei Marmi. 73 anni fa. Liberazione dai tedesci e dalle cannonate americane. Forse l'unico posto d'Italia. Due fatti storici in un solo giorno. Gli ameicani li avevo visti la mattina prima. Si seppe da una donna che veniva dal Fiumetto. Uscii dalla buca dove ero stato nascosto con il mio cugino Fabio e corsi lungo la Versliana, a bosco allora fitto. A metà percorso incontrai una pattuglia tedesca con un ferito sdraiato su una carriola da muratore.
 Per fortuna camminavano guardandosi alle spalle dalla paura degli americani o dei partigiani. Feci un salto in un grosso cespuglio. Non mi videro. Li vidi io mentre si allontanavno. Avevano altro da pensare. Sanguinante per le spine che mi avevano salvato la vita, raggiunsi l'uscita della Versiliana sul viale Apua completamente invaso da camion di soldati neri che procedevano a passo d'uomo. Oscuri, occhi che uscivano da sotto l'elmetto, fucile in mano, preoccupati e silenziosi. Al di là del cancello gli ufficiali bianchi avevano occupato la villa Liana, lo stesso così intitolata ancor oggi. In gran parte erano seduti sul terrazzino, le gambe appoggiate sulla ringhiera. Sembravano attori del cinema, divisa pulita, pantaloni stirati, stivaletti atletici ai piedi. Distribuivno cewing gum e sigarette a tutti, soprattutto ai ragazzini. Mi avvicinai e chiesi una sigaretta anch'io.

lunedì 18 settembre 2017

I racconti del Partigiano Giorgio Il calcio in culo al nipote del Duce, l'8 dicembre del 1942. Il discorso di Mussolini parte 2



                                  

                                       di Giorgio Giannelli


Una volta terminato la terza a Pietrasanta, mi iscrissi alla quarta ginnasiale a Viareggio, tornando al Carducci, nel palazzaccio di Viareggio dove avevo già sofferto prima di andare in collegio a Firenze. Mi seguì il solito Gianfranco Tonini e mi trovai con Tuccio Schouten, Marco Bicchieri, Silio Bassi, i pietrasantini Roberto Pardini, Luciano Meccheri, Giuliano Luisi, Remzo Croci e Viliano Vitiil, il camaiorese Paolo Dinelli, Giancarlo Sbrana, Luca Sampaolesi e Giovanni Oliva. C'era anche il figlio del segretario del fascio viareggino Francesco della Santina. La guerra continuava e quando si sentiva il giornale radio delle 13 dovevi alzarti in piedi e metterti sull'attenti. I ragazzi era comunque rimasti ragazzi e sul trmvai se ne combinavano di tutti i colori.
 I più terribili erano i fratelli Cirillo, Luigi, e soprattutto Ruggero, Angelo Ricci e Alberto Giusti del Fiumetto, specialista in barzellette oscene. I primi tre erano specializzati nello staccare la motrice dal rimorcho in modo da lasciare i passeggeri del rimorchio fermi e quelli della motrice che si allontanavano. Poi quando finalmente il conducente se ne accorgeva,presentarsi doveva tornare indietro un paio di chilometri. A tutti quelli che, come il nostro gruppetto, stavano nella seconda parte del convoglio, veniva ritirata la tessera tranviaria che, per riaverla, dovevano presentasi i nostri genitori. Giorgio Donati, detto Pancetta, si dedicava invece alle fialette puzzolenti che spezzava durante il tragitto, impestano la gente quando lo riteneva opportuno.

sabato 16 settembre 2017

Memorie del partigiano Giorgio. Prima parte: 8 settembre, leggi razziali e preambolo della guerra




                                   di Giorgio Giannelli


Forte dei Marmi 8 settembre 1943. Come tutti i giorni mi trovavo al caffè Grand'Italia, gestito dalla famiglia Burchi, dove si riunivano tutti gli “antifascisti”, primo fra tutti Cesare Tarabella, compresi molti di coloro che, fino a qualche mese prima, erano fascisti. A un certo punto sentimmo dalla radio che il governo del Re aveva firmato l'armistizio con gli Alleati. Fu un esplosione di gioia. Solo un maresciallo di marina, che non era uno stupido, gridò: “E' inutile che gridiamo tanto. I tedeschi ce la faranno pagare”. Infatti a due passi da noi c'erano, seduti a un tavolo, dei soldati tedeschi che cercavano di passare il pomeriggio. Come fanno i bravi turisti. Quando seppero della notizia, esultarono anche loro, aumentarono il giro delle bibite, urlando “Guerra finita. Italia e Germania kaputt. Hitler e Mussolini merda”. Si ubriacarono. Poco dopo, avviandosi verso la caserma, che si trovava nell'albergo Imperiale nella stessa piazza Dante, continuarono a esaltare la loro allegria rotolandosi nell'erba del giardino pubblico e a sberciare le loro solite parole, questa volta in tedesco. Vistoli in quelle condizioni, uscì un loro ufficiale che li prese a calci nel culo e li riportò in caserma, il cui cancello fu chiuso a chiave e la sentinella ritirata. Osservata a scena, era quasi l'ora di cena, quando arrivò il maresciallo dei carabinieri in bicicletta e ci ordinò di tornare ciascuno a casa sua. “Il coprifuoco continua ancora”, si giustificò. Il giorno dopo tornai al caffè dei Burchi per commentare quant'era accaduto, finché qualcuno, sopraggiunse di corsa dalla spiaggia gridando: “Stanno a arrivando gli inglesi!”. In pochi minuti fummo in cima al ponte. Effettivamente stava arrivando un mezzo navale. Scrutammo un po' finché sentimmo delle urla:”Ci sono i tedeschi?”. Quando arrivarono a portata di voce rispondemmo: “Certo che ci sono i tedeschi, ma stanno rinchiusi in caserma”. Era un rimorchiatore della Marina militare italiana. Ci lanciarono una fune e scesero. Scappati da La Spezia, erano tutti sporchi, neri di nafta e terrorizzati. Qualcuno prese la via di Quercata per montare sui treni, ma una decina rimase in paese, ospitati nelle case del Forte. Andai in camera mia, presi dei vestiti e tutti i soldi che aveva della squadra ragazzi della Rondinella e i marinai si divisero le poche centinaia di lire e si cambiarono immediatamente. Sembra incredibile, ma molti si fidanzarono e poi sposarono con qualche ragazza fortemarmina. Gli altri si rifugiarono sui monti raggiungendo i partigiani di Gino Lombardi alla Porta di Farnocchia. Uno era un sardo e si chiamava Luigi Mulargia. Fu ucciso in combattimento dai fascisti e le sue orecchie, tagliate, vennero messe in evidenza nei caffè di Pietrasanta. Molti di noi sono andati con loro, ma la maggior parte dei giovani si arruolarono, parecchi volontari, altri no, nella Xa Flottiglia Mas. Qualche mese più tardi, alcuni di loro, come Giuseppe Spinetti, morto anch'esso in combattimento contro tedeschi, ci raggiunsero nelle vaie formazioni partigiane che operavamo tra l'Altissimo e il Gabberi. Gli “inglesi” arrivarono solo un anno dopo. 

mercoledì 13 settembre 2017

Lo stupro allo specchio






                                          di Carlo Felici


E' bene che si sappia che, in Italia, secondo le statistiche, avvengono circa 10 stupri al giorno, commessi per il 60% da italiani e per il 40% da stranieri, ma la maggior parte di essi avviene in famiglia, dentro le pareti domestiche, e Dio solo sa quanti altri ne avvengono anche se non se ne sa nulla.
Sono cifre che indicano la progressione di una barbarie, sempre più diffusa per mancanza di educazione e di buoni esempi, che dovrebbero innanzitutto avvenire in famiglia, nelle istituzioni e anche da parte dei religiosi.
Invece cosa abbiamo? Abbiamo un incremento vertiginoso di violenze famigliari, che spesso finiscono nel cosiddetto femminicidio, una parola che, già di per sé, è una violenza verbale ma che corrisponde ad una tristissima e tragica realtà sotto gli occhi di tutti, quasi 50 donne uccise dall'inizio dell'anno o da ex amanti o da ex mariti, in gran parte italiani.
Abbiamo delle classi politiche corrotte all'ennesima potenza forse anche più che ai tempi dei Borgia, per cui ormai se un premier fa sfoggio di avere amanti e “stagiste” (l'ultimo eufemismo per mascherare una prostituzione d'alto bordo) minorenni, l'opinione pubblica tutt'al più alza le spalle e ne ride, considerando che sono affari suoi. Festini a base di cocaina, corti di nani, ballerine e damigelle che allietano vecchi rimpinzati di viagra e via così..tanto chi ci metti sennò?


martedì 12 settembre 2017

La statuafobia antifascista





                                    di Carlo Felici

La storia non si cancella, se non altro perché non si ripete mai, dato che, quando si prova a replicarla, non si rivela altro che una tragica o grottesca burla
E' capitato così con tutti coloro che si sono illusi di ripercorrere il passato con i soli strumenti del loro presente. E continuerà ad essere sempre così per chi continuerà a provarci.
La storia del fascismo e lo storicismo oggi sono banditi anche dalle università (corsi monografici nel merito o su Croce, Gentile, Gramsci o Dilthey? Meglio la trasmissione Chi lo ha visto?), perché prevale la tendenza ad assolutizzare il presente, tanto che che c'è persino chi ha teorizzato la fine della storia, però siamo altresì sicuri che, se ciò accadesse, sarebbe anche la fine dell'umanità.
Da quando, infatti, l'uomo ha imparato a scrivere la storia e a studiarla, si è anche scoperto libero, di fronte al futuro e alla speranza di un avvenire diverso dal passato. Non più quindi schiavo dei suoi errori e orrori, proprio perché costretto a vedere e rivedere in continuazione quei monumenti e quelle testimonianze di quel passato che ci ricorda in continuazione come e perché siamo quel che siamo nel presente, e come e quanto ci è costato arrivarci.
Solo i regimi totalitari e liberticidi hanno provato a cancellare il passato e i suoi monumenti, azzerando persino il calendario, quasi come se nulla fosse accaduto prima della loro “era” che pretendevano trionfale.

Oggi il totalitarismo ha il volto di un nuovo modello di fanatismo, il quale vorrebbe fare della storia un uso strumentale, essere cioè nella condizione di ergersi a giudice di ciò che è degno o non è degno di essere visto e ricordato, cancellando tutto il resto.
Ci sono molte versioni di questo fanatismo, da quella più rozza e barbara che fa saltare per aria le statue dei Buddha o che mina le rovine di Palmira, espressione dell'integralismo religioso alla massima potenza, e c'è quella che se la prende con i generali sudisti, con le statue di Colombo, anch'essa espressione dell'integralismo, ma stavolta del politically correct elevato al cubo, in una disgustosa ipocrisia che vede abbattere le statue di colui che è accusato di avere iniziato il genocidio degli indios, mentre tuttora si umiliano i nativi americani con un un lungo oleodotto capace di trasportare, una volta terminato, circa 500.000 barili di petrolio grezzo al giorno dal Nord Dakota all’Illinois. Qualcuno è andato forse ad abbattere i bulldozer?
Ovviamente noi non ci facciamo mancare nulla ed abbiamo anche noi gli integralisti monumentali, nostrani, quelli che, ad esempio, quando vedono un monumento fascista fremono di indignazione e vorrebbero eliminarli tutti o almeno rasare le scritte inneggianti a Mussolini, magari segando anche le braccia delle statue che fanno il saluto romano.
Sono gli stessi personaggi della stessa parte politica che non si è fatta scrupolo a suo tempo di decorare ex criminali di guerra fascisti. Tutto fa brodo, tutto può contribuire alla distrazione di massa, a far credere che il vero nemico oggi sia quello annientato più di 70 anni fa. Ovviamente confermando così il fallimento di una democrazia sia sul piano culturale che educativo, se ancora oggi si ha bisogno di reprimere e temere ciò che nella storia non esiste più, anche se riecheggia in certa coreografia e propaganda.
Ma propaganda di che? Di un tempo in cui il fascismo divenne regime solo perché aiutato dai poteri forti di allora? Re, Papa, industriali, agrari, banchieri, multinazionali del petrolio, riciclatori di residuati bellici?
Da che parte stanno, mutatis mutandis, questi poteri oggi? Ma evidentemente dalla parte di chi fa i loro interessi: azzera il diritto del lavoro, precarizza, riduce le pensioni, alza l'età pensionistica, privatizza i beni comuni, specula sui risparmi dei cittadini, azzera o riduce i contratti di lavoro a elemosina e..ovviamente per ridurre la fatica, cerca infine di modificare la Costituzione secondo i suoi interessi.
Ebbene, questi politici, oggi, sono gli stessi che sbraitano contro il fascismo fino a voler abbattere i suoi monumenti, e contemporaneamente, ne decorano gli esponenti più spregevoli.
Perché, in definitiva, a loro del fascismo o dell'antifascismo importa ben poco, quello che conta è che la gente pensi ad altro. Che creda all'incombere del pericolo dell'avanzare del fascismo, mentre deve dimenticare o trascurare del tutto le nuove forme di autoritarismo che vengono spacciate per democrazia, in una società in cui non si ha più bisogno di usare il manganello, ma basta licenziare, precarizzare, ricattare, emarginare, ridurre tutti al ruolo di migranti senza meta né patria, che si spostano, o meglio, vengono spostati dove conviene sfruttarli meglio, secondo la legge inossidabile del profitto. Poi, magari se protestano, sono troppi e vanno in piazza, pure con gli studenti..beh, allora il manganello torna sempre utile!
Questo è il vero autoritarismo odierno, senza più previdenza sociale, né opere per l'infanzia, senza più né piccole o grandi opere pubbliche se non destinate a sfasciarsi in pochi mesi, senza monumenti, con milioni varati e non spesi, che restano ad ingrassare istituti finanziari o banche, e non producono opere necessarie per il territorio che va in fumo o si sbriciola al primo nubifragio e per i cittadini che ci restano sotto.
Forse questo livore e quest'ira contro il passato che si lascia distruggere o si lascia marcire, come molti monumenti dell'antichità romana, deriva da un profondo senso di inadeguatezza, dal fatto che non si sa tramandare al futuro nulla che non sia un cumulo infinito di immondizia che ormai non si sa più nemmeno dove mettere.
Sarà quindi solo una grande discarica il monumento che ricorderà questi tempi così squallidi e consumisti. E in questa feroce e disperata consapevolezza si vorrebbe che ne facessero parte anche le rovine del passato.
Magari affinché nessuno in futuro possa pensare che un passato è mai esistito ed assuefacendosi e ammorbandosi nell'unico infernale presente a cui l'umanità si è condannata, non possa nemmeno immaginare che altro c'è stato e che altro è possibile.
Questo è l'unico destino che l'umanità dei monnezzari vorrebbe imporre: una grande discarica più alta e gloriosa di ogni obelisco.

lunedì 14 agosto 2017

L'IMPRONTA DI SATANA








                                                di Leonardo Boff


Il giorno due agosto 2017 è avvenuto un fatto preoccupante per l’umanità e per ciascuno di noi individualmente. E’ stato il giorno cosiddetto: “ Sovraccarico della Terra “ (Overshoot Day). Cioè: è stato il giorno in cui abbiamo consumato tutti i beni e servizi naturali, alla base della vita. Prima stavamo in quello verde e adesso siamo entrati nel rosso, ossia nello scacchiere speciale. Quello che consumeremo d’ora in poi sarà violentemente strappato alla Terra per venire incontro alle indispensabili richieste umane e, quel che è peggio, mantenere il folle livello di consumo dei paesi ricchi.

Questo fatto viene chiamato comunemente “ Orma ecologica della Terra”. Con questa si misura la quantità di terra fertile e di mare necessari a creare i mezzi di vita indispensabili come acqua , granaglie, carni, pesci, vegetali, energia rinnovabile e altro ancora. Disponiamo di 12 miliardi di ettari di terra fertile (foreste, pascoli, coltivi) ma in verità avremmo bisogno di 20 miliardi di terra fertile.

Come coprire questo deficit di 8 miliardi? Spremendo sempre più la Terra…ma fino a quando? Stiamo lentamente rivalutando la Madre Terra. Non sappiamo quando succederà il suo collasso: Ma a continuare con il livello di consumo e lo spreco dei paesi opulenti arriverà con conseguenze nefaste per tutti.

Quando parliamo di ettari di terra non pensiamo soltanto ai suoli, ma a tutto cio che permette di produrre come per esempio legni per mobili, tessuti di cotone, coloranti, principi attivi naturali per la medicina, minerali e altri.

Ogni persona avrebbe bisogno in media per la sua sopravivenza di 1,7 ettari di terra. Quasi metà dell’umanità ( 4,3 % ) sta sotto di questo come i paesi in cui imperversa la fame: l’Eritrea con un’orma ecologica di 0,4 ettari, Bangladesch con 0,7 il Brasile al di sopra della media mondiale con 2,9, 54 % della popolazione mondiale sta molto al di sopra delle loro necessità come gli USA con 8,2 ettari, Canadà con 8,2, Lussemburgo con 15,8, Italia con 4,6 e India con 1,2.

Questo sovraccarico ecologico è un prestito che prende alle generazioni future per il nostro uso e consumo attuale. E quando arriverà il loro turno in che condizioni potranno soddisfare le loro necessità di alimentazione, acqua, fibre, granaglie, carni, e legname? Potranno ereditare un pianeta impoverito.

giovedì 3 agosto 2017

I RUDERI ED IL PANTHEON DEL SOCIALISMO ITALIANO di Carlo Felici




Dio solo sa quanto chi scrive sia appassionato di storia e di valori socialisti e quanto sia immalinconito dalla sorte dell'ultimo partito che in Italia reca questo nome, purtroppo ridotto ad una sorte democritea, all'atomismo politico.
Inutile ripercorrerne la storia dopo la fine di Craxi, la conoscono tutti e non farebbe altro che aggiungere pena alle altre numerose ed attuali.
Fatto sta che quando da parte di tutti sarebbe necessario uno sforzo comune per ritrovare e rilanciare una tradizione che ha accompagnato la crescita della civiltà democratica e repubblicana di questo Paese indissolubilmente, ci guardiamo intorno e troviamo solo macerie, e compagni intenti più che altro a scavarle per cercare di rimettere insieme qualche rudere, facendone il sostegno di qualche architettura moderna in via di costruzione, più o meno come quel che è successo al teatro di Marcello a Roma, di cui si vede una parte di ciò che un tempo fu esternamente, ma che è ormai pienamente inglobato nelle costruzioni successive, e non è più percepibile per quello che era, non ha più la sua pianta originaria.

lunedì 31 luglio 2017

Foro di San Paolo. Managua, 15-19 luglio 2017.







di Giuseppe Angiuli


Foro di San Paolo.
Managua, 15-19 luglio 2017.

E’ la mia prima esperienza ad una riunione del Foro di San Paolo, a cui sono stato invitato a partecipare in qualità di Responsabile Esteri di Risorgimento Socialista, ammesso per la prima volta nel consesso latino-americano quale partito osservatore. Il Foro di San Paolo è il principale organismo di consultazione politica che raggruppa e coordina tutti i principali partiti socialisti, comunisti e della sinistra anti-liberista e “populista” dell’America Latina, tra cui: il Partito dei Lavoratori del Brasile (PT), il Partito Comunista di Cuba, il Frente Amplio dell’Uruguay, il Partito Socialista del Cile, la variegata componente di sinistra del peronismo argentino, il Partido Socialista Unido del Venezuela, il Partito del Lavoro del Messico, il Movimento Alianza Paìs dell’Ecuador, il Movimento al Socialismo della Bolivia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua. Fondato 27 anni fa nell’omonima città brasiliana, il Foro di San Paolo ha visto incubare al suo interno alcune tra le più importanti battaglie politiche della sinistra anti-liberista mondiale, come quelle per la difesa della sovranità dei popoli, per il ripudio del debito pubblico ingiusto detenuto dalle grandi banche d’affari trans-nazionali, per la ri-pubblicizzazione dei beni collettivi come l’acqua, per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo eco-compatibile, oltre a tutte le altre lotte dei movimenti sociali contro ogni forma di liberismo e di sfruttamento del capitale finanziario sui popoli del mondo intero. Prima di raggiungere il centro America profondo, il piano di volo mi consente di effettuare una sosta di mezza giornata a Miami, metropoli cosmopolita dove si sente parlare indubbiamente più spagnolo che inglese. La città più latina degli U.S.A. è piena di parchi verdissimi, palme, spiagge da cartolina, grigliate di gamberi, tassisti di origine haitiana che ti chiedono una mancia aldilà del prezzo ufficiale della corsa e gruppi di cubani anti-castristi in grande eccedenza, che di sera affollano a ritmo di salsa il lungomare di Miami beach.

venerdì 28 luglio 2017

La droga del trasformismo


                   




                                   di Carlo Felici

La Camera dei Deputati ha appena bocciato la proposta di legalizzare la cannabis non solo per uso terapeutico, ma anche per uso ricreativo, nonostante una buona componente del partito di governo l'abbia già appoggiata. La proposta recava per questo la firma dell'illustre ex candidato sindaco di quel partito che già ci ha mostrato come potesse passare dalla negazione della privatizzazione dei trasporti a Roma alla raccolta di firme per privatizzarli, Giachetti così disse infatti solo un anno fa: il 9 aprile 2016 : «La privatizzazione di Atac, in questo momento, equivarrebbe ad una svendita. Io non ho nessun furore ideologico, ma se risanata vale 10 volte tanto».
Ma tant'è la questione che vogliamo esaminare oggi è un altra:
La proposta Giachetti di legalizzazione della cannabis ebbe un clamoroso lancio solo un anno fa con queste testuali parole: “La legalizzazione entro l'anno”, abbiamo prove certe e video di questa posizione, con una serie di motivazioni che sono sicuramente condivisibili. A firmare la proposta furono ben 213 deputati e una cinquantina di senatori bipartisan.
Cosa accade invece oggi a solo un anno da una proposta che nelle intenzioni dei firmatari avrebbe dovuto essere approvata nel giro sei mesi, e cioè più o meno entro la fine dello scorso anno?

martedì 25 luglio 2017

PER UN ALTRO RISORGIMENTO SOCIALISTA






                      di Carlo Felici


Abbiamo più volte auspicato il tramonto della sinistra e il risorgere del Sol dell'Avvenire, cioè di un autentico movimento Socialista capace di interpretare correttamente i nodi della crisi strutturale odierna e creare una alternativa di sistema che non corrisponda alle caratteristiche di uno sterile frontismo autoreferenziale di opposizione permanente, e allo stesso tempo non identificabile con il solito collateralismo delle truppe cammellate pronte alla bisogna per l'ennesimo centrosinistra in fregola di supposte alla vasellina.
Tutto questo ha motivato la nascita di Risorgimento Socialista che, nelle premesse e nelle assemblee fondative, aveva alimentato grandi speranze e una notevole partecipazione, se non altro per la curiosità di capire come, dove e se si sarebbe affermata questa proposta, tesa a catalizzare una sorta di alternativa di sistema, per produrre finalmente quella metamorfosi necessaria a passare da una sinistra di assemblati che hanno come programma praticamente solo la loro lista, ad un progetto socialista innovativo che fosse capace di camminare con le sue gambe, proprio per la qualità dei suoi contenuti e l'originalità dei suoi programmi.
Come e perché un autentico Socialismo, coniugato con la parola sinistra, sia da considerarsi, a seconda dei casi, o un ossimoro oppure un tautologismo, lo abbiamo già detto, così come intendiamo debba essere il Socialismo coniugato con le sfide e le contraddizioni del XXI secolo, per questo, pertanto, rimandiamo al precedente intervento.
Ora cerchiamo piuttosto di capire perché questo progetto chiamato per l'appunto Risorgimento Socialista, con l'intento di far risorgere contemporaneamente i valori e la specificità sia della proposta che del Paese a cui è destinata, rischi di fallire sul nascere.

NAPOMACRON





                                  di Carlo Felici

In un precedente intervento avevamo messo in risalto che l'elezione di Macron andava seguita più con attenzione al suo programma che alle eventuali critiche preconcette, ed oggi, che egli è presidente della Repubblica Francese, ne verifichiamo alcune conseguenze concrete.
Quello che appare dall'esordio di questo presidente è soprattutto più che il suo presidenzialismo, il suo presenzialismo, la volontà cioè di apparire sempre e comunque l'immagine di una Francia forte e protesa al suo riscatto, specialmente dopo le conseguenze subite dalla sua immagine in seguito ai recenti attentati.
Probabilmente questa immagine ha bisogno di riscontri esteri per mettere in secondo piano la difficoltà di misurarsi con i problemi sociali ed economici interni.
Ecco dunque che Macron alimenta la grandeur in campo internazionale e non esita a praticare politiche che, in qualsiasi tempo e luogo, non si ha difficoltà ad identificare come neocoloniali, e che sono soprattutto esercitare a scapito dell'anello debole dei Paesi europei nel Mediterraneo, dimostrando così di non avere affatto a cuore l'Unione Europea, ma di volerla piuttosto piegare a politiche revansciste e nazionaliste pro domo sua.
Ricordiamo in breve alcune iniziative a scapito del nostro Paese
A Sharara è stato aperto un pozzo di petrolio gestito dalla Total francese, dalla Repsol spagnola, dalla Omv austriaca e da Stato compagnia norvegese, in diretta concorrenza con la nostra Eni.
Mustafa Sanalla, che dirige la National Oil Company e controlla gran parte della produzione del greggio libico, l'ha incrementata, portandola ad un milione di barili di greggio al giorno. Il livello più alto dal 2013.
Quest'ultimo gode della fiducia della Francia, mentre noi continuiamo a fare affidamento su Serraj, il quale un tempo si alleò con le milizie jihadiste di Bengasi per strappare ad Haftar i terminali di Sidra e Ras Lanuf, ma quest'ultimo, sempre su consiglio della Francia, aveva già concordato con Sannalla e la sua compagnia la suddivisione del ricavato dai suoi terminali. E' del tutto evidente così un deciso arretramento delle posizioni italiane in Libia nell'estrazione del greggio.

venerdì 21 luglio 2017

VIA DALLA SERVITU' NUCLEARE


                           
                                                    di Carlo Felici

I cosiddetti sovranisti non fanno altro che parlare di uscita dall'euro, ma vi è una questione ancora più importante per il nostro Paese, parlando di sovranità concreta ed effettiva.
Un Paese non è mai sovrano se militarmente dipende da un altro. Sarebbe stata sovrana Roma se avesse avuto truppe cartaginesi a presidiare il suo territorio? E Atene, quando mai è stata sovrana con i soldati spartani a presidiare la sua pòlis?
Noi, dopo più di 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e dopo quasi 30 dalla fine della guerra fredda, abbiamo visto non diminuire, ma aumentare il numero di soldati statunitensi in Italia.
Forse perché con il muro di Berlino è caduto solo un tramezzo condominiale tra est e ovest? Sicuramente, dato che il muro portante, tra nord e sud, non solo è ancora in piedi, ma lo si rafforza in continuazione con armi sempre più potenti e sofisticate, che ovviamente per i flussi migratori servono a poco.
Così era anche ai tempi dell'impero romano, quando i confini servivano da filtro, e gli eserciti furono sempre più dispendiosi, ma alla fine del tutto inutili a impedire il crollo dei confini stessi.
Oggi i muri servono, come quello costruito contro i palestinesi, solo per marcare una differenza, una discriminazione, oppure, come quello tanto strombazzato da Trump ma che nessuno costruirà, per demagogia, per imbonire le masse e carpirne il consenso.

lunedì 17 luglio 2017

Socialismo e sinistra: tautologia e ossimoro

                                                                 


                                                             di Carlo Felici

Cominciamo col dire che Socialismo e Sinistra è un tautologismo inutile, tanto assurdo quanto rivelatore di come il Socialismo, in Italia, ma non solo, negli ultimi tempi si sia progressivamente corrotto, fino a far perdere al significante (alla parola Socialismo) il significato che per circa un secolo ha avuto nella mente e nel cuore di chi ha sempre creduto in questo grande ideale.
Perché se uno ha bisogno di associare alla parola Socialismo anche la parola “sinistra”, vuol dire che teme che ci possa essere anche un socialismo non “di sinistra”, quando non è mai esistito né potrà mai esistere un socialismo “non di sinistra”. Dato che il cosiddetto “socialismo di destra” si è sempre e solo chiamato fascismo, sempre che il fascismo abbia, anche lontanamente ereditato qualcosa, tramite il suo Duce, dal socialismo, il che è tutto da dimostrare e da verificare in sede storica e storiografica.
I socialisti oggi in Italia sono quanto di più vario, e purtroppo “avariato”, possa esistere nel panorama politico, per cui forse sarebbe il caso di cercare il Socialismo italiano, facendo riferimento a chi ancora crede nel Socialismo piuttosto che cercarlo tra chi si professa socialista, appartenendo, per esempio, all'unico partito che in Italia si chiami socialista. Riferire come quest'ultimo, da quasi un decennio segua le sorti del PD, e in ultimo nella versione assolutisticamente renziana di questo partito, sarebbe tediare il lettore, sono cose sotto gli occhi di tutti e abbastanza scontate e deprimenti.
Inutile quindi cercare il Socialismo in Italia con il lanternino di Diogene del PSI, perché esso è spento da tempo. L'unica cosa assurda è il fatto che qualcuno si ostini a tenerlo in mano, come un cerino spento.
Dove cercarlo allora? Tra gli eurofobi nazionalisti, considerando che il Socialismo ha sempre avuto un respiro internazionalista e ha sempre considerato l'Europa come un orizzonte in cui sviluppare, a livello continentale, la libertà e la giustizia sociale? Un po' difficile seguire questa tortuosa strada..e allora?

lunedì 3 luglio 2017

Come spiegarsi la spaventosa mancanza di coscienza dei corrotti





Leonardo Boff

Che cosa resta della coscienza dei corrotti che rubano milioni dalle casse dello Stato o di quella di un impresario che gonfia per milioni le fatture dei suo progetti o sgancia mazzette milionarie ai funzionari dello Stato? Peggio: come è ridotta la coscienza di quei perversi che sviano centinaia di milioni destinati alla Sanità? E quei disumani che falsificano i farmaci e condannano a morte quelli che ne hanno bisogno? E non scordiamo gli sciagurati che strappano la merenda dalla bocca degli scolari, sapendo che per molti poveri è l’unico pasto per tutto il giorno. Molti di questi corrotti sono stati semplicemente denunciati e tutto è finito lì, con una risata idiota. Non raramente sono cristiani e cattolici che con i loro crimini continuano a mantenere Cristo in croce nel corpo dei crocifissi di questo mondo.
Per capire questa malvagità dobbiamo considerare realisticamente la condizione umana. Essa è simultaneamente dia-bolica e sim-bolica, compassionevole e perversa. Nella parlata concreta di Sant’Agostino, in ciascun di  noi c’è una porzione di Cristo, l’uomo nuovo, e una porzione di Adamo, l’uomo vecchio. Dipende dal progetto con cui programmiamo l’uso della nostra libertà se dare spazio a all’uno o all’altro. Così può venire fuori una persona onesta, giusta, amante del vero e del bene. E può, venir fuori una persona malvagia, corrotta e distante da tutto quel che è buono e giusto.
Ma non necessariamente le cose dovevano andare così. Nel più profondo del nostro essere, nonostante ambiguità riferita, vige una prima natura che si esprime attraverso una bontà sorgiva, con preferenza verso il giusto e il vero. Quanto più entriamo nella nostra singolarità, più ci rendiamo conto che questa è la nostra essenza vera, la nostra natura primaria.

domenica 2 luglio 2017

HUMANITAS, CAPITALE E MIGRANTI





                                                   di Carlo Felici

Una delle questioni epocali del nostro tempo è quella dell'immigrazione, che non può certo essere affrontata con slogan o con facili prese di posizione.
Essa, infatti, è molto complessa ed è perfettamente connessa a quanto ho già rilevato con un mio intervento precedente sulla riduzione dell'essere umano a merce e sulla nullificazione dell'etica nella prospettiva di un turbocapitalismo che non accetta alternative a se stesso.
Se l'etica antica ed umanista è fondata sul detto: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” che vuol dire: in quanto essere umano non vi è nulla di umano che mi sia estraneo, la non-etica del turbocapitalismo si fonda piuttosto sul “res sum, omnia humana puto a me aliena” e cioè: sono una cosa, tutto ciò che è umano ritengo mi sia estraneo.
Il migrante è lo strumento, il fine ed il mezzo per la realizzazione di questo obiettivo su larga scala, è un essere umano ridotto a merce, per far lucrare i trafficanti di esseri umani, per riempire le tasche di chi organizza con mafie e consorterie di vario genere l'accoglienza, traendo profitto dai fondi stanziati per questo scopo, ed è infine un oggetto da usare nel mondo della schiavitù salariale destinato alla discarica dell'emarginazione sociale, quando non serve più.
I flussi migratori sono parte integrante e consustanziale di un processo di globalizzazione economica a senso unico turbocapitalista.
Essi servono al contempo per rendere il mercato del lavoro dei paesi di approdo più flessibile, scardinando i diritti acquisiti e riducendo fino ad annullarlo ogni potere contrattuale delle classi lavoratrici, servono come rendita permanente per le mafie che controllano le amministrazioni locali e la politica nei vari territori, sono utili, con le rimesse, per ridurre il potenziale sociale esplosivo dei paesi di origine, e infine, servono da veicolo omologante, per espandere un unico modello culturale basato sul consumo e sui modelli propagandati dalla pubblicità e dai media, ovunque, anche scardinando usi e costumi di culture che potrebbero opporvisi. La sovrapposizione progressiva dei diritti civili su quelli sociali risulta perfettamente compatibile a tale scopo.
E la vera differenza tra un Socialismo Internazionalista ed un neofascismo nazionalista consiste proprio nella visione di insieme e globale di questo fenomeno, anziché ridurlo a mera difesa dei confini della Patria.

sabato 27 maggio 2017

PATRIOTI, NON SOVRANISTI



                                         
            



                                                   di Carlo Felici


Torniamo brevemente sulla questione dell'uscita dall'euro, dopo aver letto un interessante intervento di Riccardo Achilli di Risorgimento Socialista.

La vexata quaestio non è di poco conto né dalle conseguenze indolori, come egli stesso ammette, nella sua conclusione: “Non bisogna essere degli illusi, e pensare che la fase di fuoriuscita dall’euro e di ricostruzione del neo-Sme non sarebbe foriera di conseguenze sociali pesanti, soprattutto per i ceti popolari più fragili. Non sarà una passeggiata. Ci saranno forti fughe di capitali ai Paesi economicamente meno competitivi o più indebitati.”

L'unione monetaria avrebbe dovuto procedere di pari passo con l'unione politica e invece ci troviamo con un mostro con una gamba assai lunga e una cortissima, quasi inesistente che, in questo modo, non solo non cammina, ma rischia di crollare persino nel tentativo maldestro di stare in piedi, da un momento all'altro.

Come fanno i cittadini europei ad avere fiducia in un governo politico della UE se non la hanno nella politica monetaria della stessa UE?

La politica del “più Europa” non può certo coincidere con una maggiorazione di “questa Europa” che appare come una Austerity Union.

Tutti i maldestri e parziali tentativi di dare una parvenza di unione politica al contingente sono concretamente coincisi con delle proposte di stampo tecnocratico come quella della cosiddetta “relazione dei cinque presidenti” o peggio, quella teorizzata da Schauble che consiste in una sostanziale stabilizzazione dell'egemonia degli stati più potenti e competitivi.

Tutto questo sembra, per altro, gettare benzina sul fuoco di coloro che esigono una liquidazione complessiva della UE, o per lo meno dell'eurozona. E se ciò avvenisse?

Certamente la xenofobia già dilagante non ne risulterebbe diminuita, ma aumenterebbe esponenzialmente, e non diminuirebbero nemmeno i rischi di attentati terroristici, come dimostra palesemente il caso dell'Inghilterra post-brexit. Semmai aumenterebbero, per le difficoltà di coordinare meglio gli sforzi di intelligence su scala continentale.

giovedì 25 maggio 2017

C'era un profeta inviato da Dio: Gentilezza




Leonardo Boff*

Sicuramente a Rio de Janeiro era molto nota quella figura singolare con i capelli lunghi, barba bianca, che indossava un abito bianchissimo con stemmi pieni di messaggi. Portava una bandiera in mano con su scritte molte parole in rosso. Dai primi anni di 1970 fino alla sua morte nel 1996, percorreva la città, viaggiando in traghetto Rio-Niterói, ed entrava nei treni e negli autobus per la sua predicazione.
Dal 1980 ha riempito i piloni del viadotto di Cajú nei pressi di Rio con iscrizioni in colore giallo-verde dove riportava la sua critica al mondo attuale e proponeva un'alternativa al malessere della nostra civiltà. Non era matto come sembrava, ma un profeta come quelli dei tempi biblici, tipo Amos e Osea.
Come ogni profeta aveva anche sentito una chiamata divina che era venuta attraverso un evento di grande intensità tragica: il fuoco del circo americano a Niterói il 17 dicembre 1961, nei cui rimasero arse circa 400 persone.
Lui era un piccolo imprenditore del trasporto di merce a Guadalupe, quartiere della periferia della grande Rio. Avendo saputo della tragedia, si sentì chiamato ad essere il consolatore delle famiglie delle vittime.
Lasciato tutto alle spalle, prese uno dei suoi camion, mise su di esso due barili di un centinaio di litri di vino e andò lungo le barche di Niteroi. Distribuiva il vino in piccole tazze di plastica dicendo: "Chi vuole un po’ di vino non deve pagare nulla, basta chiederlo per favore, basta dire “lo gradisco".

domenica 21 maggio 2017

Maduro..ma dura?





                                                    di Carlo Felici


Il “cupio dissolvi” della sinistra italiana sta assumendo ultimamente toni farseschi soprattutto nella difesa a spada tratta del regime di Maduro, il quale viene addirittura paragonato ad Allende, che però non provò minimamente a modificare la costituzione cilena per restare al potere.
Maduro, invece, pur avendo perso quel consenso popolare ed elettorale che fu sempre il punto di forza di Chavez, pretende di cambiare quella stessa costituzione che fu voluta da Chavez nel 1999 e che fu definita dai suoi sostenitori come “la più bella del mondo”.
Maduro ha condotto una gestione disastrosa della moneta e dell’economia venezuelana, dimostrando palesemente di essere un incompetente, e per di più ha operato una forzatura dei processi democratici, con il solo intento di restare al potere a tutti i costi.
Chi crede di dover sostenere il suo regime solo per impedire che prevalga “l’imperialismo nordamericano” ha una visione miope e settaria delle vicende venezuelane e sudamericane, e trascura del tutto il fatto che nei paesi del Sudamerica, ormai solo la capacità di essere convincenti e di restare vincolati al consenso popolare, può consentire ai governi adeguate politiche socialmente avanzate.
Questo vuol dire, tra l’altro, incrementare l’efficienza dello Stato ed eliminare provvedimenti clientelari e parassitari, quelli che, ad esempio, portano a non rimuovere mai i fiduciari del potere, sebbene si dimostrino palesemente incapaci di gestire la politica e l’economia.
Che Guevara fu ministro dell’Industria e sebbene teorizzasse gli incentivi morali, per altro non in conflitto con quelli materiali che riteneva non dovessero essere individuali ma di gruppo, era molto attento alla produttività e all’efficienza del lavoro, lo disse esplicitamente in un suo intervento:
“Dobbiamo porre un operaio dove è veramente indispensabile: il compagno che ritiene di avere qualche guadagno e che può quindi assumere un operaio in più, crede di fare un favore alla classe operaia sistemando un disoccupato, ma non è così. Oggi non possiamo mettere a lavorare gente in luoghi dove il suo lavoro non comporti una produzione superiore alla retribuzione che si dà per il lavoro fatto. Per porre la questione in termini concreti, non dobbiamo occupare un nuovo operaio che produca qualcosa che abbia un valore di 5 pesos al giorno se lo paghiamo 6 pesos. È un'assurdità, ma si sta facendo e inoltre non si è curato a sufficienza un criterio generale di risparmio."

domenica 14 maggio 2017

SOGNI, DICOTOMIE E IMPERATIVO CATEGORICO

       
                             



                                                         di Carlo Felici

E’ ancora opportuno capire se oggi esistano delle reali dicotomie politiche o ideologiche? E in particolare se quella rappresentata dalla contrapposizione destra-sinistra sia ancora valida oppure consista soltanto in una meschina millantatura?
Vediamo di partire da due grandi esempi storici.
Il primo, Mazzini: "Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch'è fondato sull'unità del potere, non significano cosa alcuna" Giuseppe Mazzini. 10 Marzo 1849 alla Repubblica Romana.
Il governo repubblicano romano del 1849 fu, a tutti gli effetti, un governo rivoluzionario, sia perché rovesciò radicalmente un assetto istituzionale preesistente, sia perché ebbe una larga partecipazione popolare, sia perché tentò di cambiare il tessuto economico e sociale dell’epoca, dando un esempio che potesse essere da guida per il resto d’Italia. Purtroppo ebbe breve vita, in quanto fu soppresso manu militari da una repubblica francese che avrebbe dovuto essere sorella amorevole e invece fu fratricida e caina, sperimentando quel bonapartismo che fu, mutatis mutandis, il prologo di tutti i fascismi.
Mazzini immaginava una Repubblica nel senso originario ed etimologico del termine, e cioè come “bene comune”, intendendo con ciò un superamento della contrapposizione delle classi sociali, in nome di un interesse collettivo che fosse basato sulla libertà e sulla giustizia sociale, e che non dovesse avere come arbitro né un papa e nemmeno un re, ma solo il popolo nella sua totalità, integrità e libertà.